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Roma Memoria e oblio |
Da “KERVAN” 20 febbraio 2005 Rivista telematica Internazionale di studi afroasiatici Recensione dell’opera “Roma, memoria e oblio” AA VV. Roma, memoria e oblio, Tiellemedia Editore, 2009, pp. 335, ill., € 78,00 Un libro intenso, con pagine talmente pregnanti che possono rasentare il sapere enciclopedico, un prisma con capitoli su aspetti diversi di Roma unico denominatore. L’Urbe racchiude tanti oblò aperti su di sé e come in uno specchio si mostra e si interroga nei rapporti con l’altro. La pubblicazione Roma memoria e oblio comprende sedici saggi (di Bianchi, Borghi, Cherubini, Giudi, Parlato, Pavan, Piemontese, Procaccia, Ravaglioli, Rech, Saci, Spotti, Trifoglio, Troncarelli) che presentano una serie di indagini di carattere pluridisciplinare sulla realtà plurietnica della città eterna. Da oltre duemila anni crocevia di culture e di popoli, Roma è non solo geograficamente la città centrale del Mediterraneo. Congloba culture, nazionalità, fedi diverse. Gli interventi più dichiaratamente mediterranei-orientalistici concernono “L’antica Persia veduta in Roma” di Angelo Michele Piemontese e “Gli ebrei di Roma” di Micaela Procaccia. Altri articoli esaminano il rapporto tra Roma e le altre popolazioni nell’antichità, immagini di Roma dal Medioevo al Quattrocento viste dal Nord Italia e dalla cultura straniera, i processi della curia del Campidoglio, sono presi in esame alcuni letterati quali Poggio Bracciolini, Ludovico Lazzarelli e angelo Colocci, Antonio Vieira, Giuseppe Gioacchino Belli e Colo di Rienzo. Sono bozzetti molto stimolanti i saggi sull’astrologia come scienza al servizio del potere e quello con la dettagliata descrizione dei mestieri di strada e la strade dei mestieri. La Persia è ben presente a Roma dall’antichità ai giorni nostri attraverso vicende, persone e vestigia, Piemontese, ordinario di “Lingua e letteratura persiana” alla Sapienza, conduce il lettore nei luoghi dove la presenza persiana è più vivida. Parte dal Pantheon e giunge fino alla Strade di Raffaello e alla Cappella Sistina, incontrando figure di Magi, di sapienti, di Sibille e spazi segreti come mithrei sotto la Chiesa di S. Clemente. In un dotto percorso disquisisce sul ritratto di Zoroastro presente nella “Scuola di Atene” di Raffaello. Scene di Alessandro il Grande nella conquista dell’Impero Persiano sono presenti alla villa Farnesina alla Lungara con due affreschi del Sodomia e a Castel Sant’Angelo. La Sibilla Persica, la prima delle dieci Sibille oracolanti secondo Terenzio Varrone Reatino e che aveva prescritto il vaticinio dell’avvento di Cristo da Maria Vergine, è presente tra l’altro nella Basilica di S. Maria Maggiore, nell’Appartamento Borgia in Vaticano, a S. Maria del Popolo, a S. Maria della Pace dipinta da Raffaello, alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Nelle catacombe di Priscilla, Balbina, Callisto, Domitilla, et alias sono rappresentati i Magi che in abiti partici portano doni a Gesù Bambino. La Persia determinò nel 161 a. C. l’arrivo per la prima volta a Roma di ambasciatori provenienti dalla Palestina che cercavano un contatto ufficiale con la nascente potenza romana contro il comune nemico rappresentato dagli credi Seleucidi del dominio di Alessandro Magno. Procaccia sottolinea che già allora nell’Urbe era presente un piccolo insediamento di mercanti e schiavi liberati. Poi nel 70 d. Cristo Tito trasportò a Roma gli arredi sacri del Tempio di Gerusalemme distrutto e i prigionieri ebrei incatenati dopo la definitiva sottomissione della Giudea. Il trionfo si può vedere nei bassorilievi dell’Arco di Tito. Da allora una comunità ebraica è sempre esistita a Roma, il più antico insediamento ebraico in Occidente. Gli ebrei romani sono legati “alla città da un rapporto più che bimillenario, che ha elaborato le proprie consuetudini, abitudini, usanze, sempre nel confronto e nella simbiosi con Roma, mai però dimenticando la propria identità. Il ricordo del triste passaggio degli schiavi ebrei incatenati al carro di Tito trionfatore, seguiti dagli oggetti più sacri del Tempio di Gerusalemme distrutto (come il famoso candelabro d’oro, simbolo dell’indipendenza ebraica e l’Arca con le tavole della Legge) si è perpetuato nella memoria degli ebrei romani: mai da allora, hanno cercato di passare sotto quell’arco… Solo nel maggio del 1948, quando – appena emersi dalla tragedia della Shoah – gli ebrei di Roma hanno appreso della fondazione dello Stato di Israele sono andati in corteo all’Arco di Tito e lo hanno attraversato in senso inverso rispetto al percorso del corteo trionfale del conquistatore di Gerusalemme, in un simbolico ritorno alla terra dei padri, da uomini liberi” (p. 84). Divertente e fantasmagorico quadro che rimanda con la mente ai percorsi di vicoli e piazzette dell’Urbe è il saggio di Armando Ravaglioli su mestieri e strade. L’autore prende in esame la toponomastica, da cui emerge che nel centro storico i nomi riflettono i mestieri di un tempo e la società che si sviluppava intorno a quei mestieri. Compie una riflessione sulla loro articolazione e distribuzione nel tentativo di riportare la città a un livello di vivibilità come quello del passato. Rileva la mutata funzione dei luoghi pubblici dove il commercio si è stabilizzato e i piani terreni tendono oggi ad eliminare gli alloggi civili per riservarli all’istallazione di stabilimenti di pubblico servizio (negozi, banche, laboratori artigianali). Nei tempi il commercio si esercitava in maniera deambulante, poi ha dovuto stabilizzarsi con l’espansione urbana in periferia e l’elevazione dell’altezza degli edifici. Questo micro-commercio ormai scomparso è tramandato dalle stampe. Roma “fu il luogo di più vasta produzione di stampe descrittive del paesaggio cittadino, dei suoi monumenti, delle cerimonie principali. Non poteva essere quindi trascurata la presentazione dei modesti protagonisti della strada allo stesso tempo che venivano documentati i corteggi papali, i pellegrinaggi alle basiliche, i tornei principeschi” (p. 273). Produzione che era appannaggio di artisti ed imprenditori foresti. Il volume è impreziosito da una iconografia molto curata con ampie didascalie, da un vasto apparato di note e bibliografia alla fine di ogni contributo, ed è correlato da un’utile appendice sui luoghi della ricerca a Roma, con un breve profilo su origini e principali fondi di archivio e biblioteche statali e comunali romani. (Mirella Galletti)
LATOMUS Rivista di Studi Latini dell’Università di Bruxelles - 2002 Di Francesco Trisoglio AA. VV. Roma, Memoria e oblio, TIELLEMEDIA Editore, Roma 2009, formato grande, cm. 28/24, pp. 335, 78 euro. È un volume miscellaneo che osserva la città da svariati punti di vista illustrati dai seguenti specialisti: Fabio Troncarelli, Memoria e oblio delle memorie a Roma, pp. 23-33: scruta la realtà della storia che implica una complessa trama di vicende e sentimenti, di esperienze e concezioni di vita, totalmente diverse e pure compresenti nello stesso tempo e nello stesso luogo. Di qui T. vede emergere il problema della storiografia, che gli risulta selezione di certi filoni e conseguente oscuramento di altri, interpretazione esclusiva o preferenziale di taluni valori a scapito di altri, lettura di un passato alla luce di idealità o interessi presenti o futuri. L’indagine di T. si sviluppa sul tema dello scontro-incontro tra ufficialità e quotidianità, luce della rinomanza e buio dell’insignificanza, culture eterogenee che talora si osteggiano e spesso si ignorano. La sua chiave di lettura è la contraddizione sociale e culturale, l’ambiguità delle posizioni e delle idee; Roma gli appare sintesi di contrasti ed opposizioni: è la città bifronte. T. si libra in un ampio volo su un intrico di casi, di personaggi, di problemi e percepisce la storia come un urtarsi di flutti tempestosi sotto i quali fluisce una sottile vena sotterranea, corrosiva nella sua silenziosa discrezione. Francesco Trisoglio, Roma antica di fronte alle altre popolazioni, pp. 37-69: partendo dallo stupore di Polibio per il prodigio politico con cui Roma «in meno di 53 anni aveva condotto sotto una sola autorità pressoché tutta la terra abitata», enuclea la fonte di questa efficacia aggregatrice in un ideale civile che, pur senza un piano programmatico, seppe cogliere le circostanze che si presentavano, inserendole, a cerchie concentriche sempre più estese, nella sua visione. Motivo dell’azione militare di Roma fu un’esigenza di autodifesa, che non scadde a boria di potere, poiché essa si premurò di conciliare i proprii interessi con quelli degli alleati, nel rispetto di un’autonomia che aveva sovente caratteri di libertà e nel riconoscimento delle singole culture, come apparve chiaramente soprattutto con la Grecia. Roma capì che, per diventare signora, non doveva apparire padrona e che la sua supremazia non doveva inaridirsi a dominio: così il sistema delle alleanze bilaterali ottenne di accentrare il governo pure nella salvaguardia delle individualità locali e con l’istituzione delle colonie latinizzò attraendo; è infatti straordinario il fatto che tutta la letteratura latina, a differenza di quella greca, abbia uno spiccato carattere centripeto, confluendo dalla periferia alla capitale. Roma unificò anche dotando le provincie di costruzioni che rispondevano sia alle necessità che agli addolcimenti del vivere, come strade, acquedotti, teatri che erano però insieme capolavori d’arte, i quali colpivano, al di là dell’intelligenza, anche l’immaginazione. Riuscì pertanto ad associare ai suoi destini tutte le provincie, facendo dell’orbe un’urbe e rendendosi patria di tutte le genti dell’Impero. Roma, specie con Cicerone e con Virgilio, fondò l’umanesimo: non volle creare un homo Romanus, propose l’homo humanus, nella sua ricchezza di vita interiore. Angelo Michele Piemontese, L’antica Persia veduta in Roma, pp. 71-81: rileva la presenza della Persia in Roma percorrendo le vie della città fino ad arrivare alle Stanze di Raffaello ed alla Cappella Sistina. È un tragitto tutto punteggiato di testimonianze, spesso esigue, ma originali ed interessanti nella loro varietà e nelle loro inattese caratteristiche. Emerge un quadro vivo dall’incalzare di significati, di personificazioni di categorie morali, di sfondi storici, di arte e letteratura in un’accentuata molteplicità di livelli. Micaela Procaccia, Gli ebrei di Roma, pp. 83-90: ricorda che la colonia ebraica di Roma risale al 161 a. C., quando vi giunse un’ambasceria di Giuda Maccabeo, il quale era con Roma in comunanza di lotta contro i Seleucidi. La P. segue poi le alternanze di pace e di persecuzione che gli Ebrei attraversarono nei secoli, richiamandone l’ambiente sociale, le tradizioni alimentari e teatrali, la persistenza di una parlata che innestava vocaboli ebraici sull’antico volgare romanesco. Soprattutto evidenzia come, lungo tutte le vicissitudini, la comunità ebraica di Roma abbia conservato la propria identità. Remo L. Guidi, Le Facezie di Poggio Bracciolini (1380-1459), pp. 93-155: analizza le Facezie del celebre umanista, nelle quali scorge «uno spaccato vivissimo della società quattrocentesca» con le sue paure, che essa cerca di esorcizzare mediante una comicità plebea che si fa antidoto a guerre, carestie, pestilenze, nella ricerca di un momento di evasione. La documentatissima analisi storica di G. è sempre animata da un’acuta penetrazione psicologica, grazie alla quale i comportamenti sono connessi con i sentimenti; i personaggi sono visti come personalità che si dispongono in una galleria che fa ambiente e definisce una cultura. Il clima morale quattrocentesco è rievocato con una nitidezza incisiva, una profondità di conoscenze che scende ai particolari minuti senza mai scivolare nel frammentarismo, una complessità di sfondi che assicura completezza. G. evidenzia la molteplicità contraddittoria tanto del carattere di Poggio, che oscilla tra licenza di costumi ed apprezzamento della virtù, quanto delle Facezie, che compongono un’oscenità che si attirò aspre condanne ed una smorzata intenzione didascalica, anche se gli antagonisti non erano disposti «a vederlo impartire seriamente norme morali» (p. 121). Le Facezie, prive di un disegno organico e pubblicate allo stato quasi di abbozzo, costituiscono una rappresentazione dell’uomo-Poggio nelle sue più varie manifestazioni ed interpretano i circoli che «vedevano nell’humour una delle risorse più versatili del saggio, capace di porlo al di sopra degli accadimenti e proteggerlo dalle avversità» (p. 113): era una reazione all’esaltazione umanistica della dignità dell’uomo, che veniva così demitizzato e riportato in ambiti borghesi (p. 116). La saldissima sicurezza dell’autore è testimoniata, non foss’altro, dalle 441 note, che in 32 fittissime pagine spaziano in tutte le direzioni. Paolo Cherubini, Una fonte poco nota per la storia di Roma: i processi della curia del Campidoglio (sec. XV), pp. 157-182: afferma che l’analisi di nove registri superstiti di processi del tribunale del Senatore permette di ricostruire gli ambienti nei quali si consumavano i reati, di rievocare il quadro di una popolazione, già allora multietnica, laboriosa ma anche rissosa, e di illustrare la fisionomia specifica del volgare parlato mantenendone «l’immediatezza e la vivacità della lingua, se possibile anche con espressioni latine che rendano la carica emotiva ed aggressiva che aveva accompagnato le espressioni verbali» (p. 171). Appaiono quindi i comportamenti sociali e la reattività emotiva che li aveva prodotti. Maria Paola Saci, Ludovico Lazzarelli e Angelo Colocci, pp. 183-195: attorno alla pubblicazione del Bombyx, di L. Lazzarelli, poemetto sulla coltivazione del baco da seta, considerato allegoria della risurrezione di Cristo, edizione avvenuta negli ultimi anni del secolo XV ad opera di A. Colocci, personaggio illustre nella società e nella cultura dell’epoca, la S. ricostruisce una fitta ragnatela di intrecci tra accademie, individui di svariati livelli sociali, continuità ed interruzioni di mentalità, correnti culturali classiche ed etrusco-egiziane collegate con il Copus Hermeticum; richiama le interpretazioni storiche che furono stimolate dal Sacco di Roma del 1527 e le convulsioni prodotte dalla discesa di Carlo VIII; pone in luce le contrapposizioni tra Firenze e Roma, tra Savonarola ed Alessandro VI. E così rievocata in precisione e vivezza di linee l’atmosfera di un’età inquieta ed incerta nei suoi equilibri. Enrico Parlato, Vista da Nord: immagini di Roma dal Medioevo al Quattrocento, pp. 199-207: segue il nesso tra le descrizioni della Roma medioevale, nei Mirabilia ed in Magister Gregorius, notando che la rappresentazione della città osservata dal nord prevale alla fine del Trecento e nella prima metà del Quattrocento. La visione da Monte Mario era funzionale a presentare la città quale sede pontificale in rapporto con la missione universale della Chiesa. P. approfondisce ed evidenzia la successione delle piante topografiche di Roma nei loro caratteri pittorici, nelle loro finalità e nella loro durata attraverso i tempi. Clara Rech, Roma e la cultura straniera nel Medioevo e nel Rinascimento, pp. 209-234: intende precisare la vocazione di Roma ad un cosmopolitismo che le era connaturato fin dalla sua fondazione, compiendo l’analisi di due opere che risalgono a momenti storici diversi, e cioè il Crocifisso di S. Alberto, eseguito intorno al 1275-85, e le decorazioni di S. Stefano Rotondo, commissionate dai Gesuiti del Collegio Germanico-Ungarico e finanziate da Gregorio XIII (1582-83). La R. nel Crocifisso scorge innestarsi sulla cultura tosco-umbro-laziale influssi provenienti da Costantinopoli, che si rivelano nel tipo iconografico, nella raffinatezza del colore e nella morbidezza delle linee. L’autrice conduce l’indagine con un’estrema cura su tutti gli elementi disponibili, illustrando l’ambiente storico, i caratteri tipologici, i filoni artistici inquadrati nel tempo; espone la successione delle interpretazioni proposte dalla critica, informa sulle attribuzioni ed esamina la diffusione del tipo. In S. Stefano Rotondo la R. vede trasparire il concetto che Gregorio XIII (1572-85) aveva di Roma quale centro unificatore ed irradiatore di norme comportamentali, il suo favore per l’afflusso di stranieri che gli aprivano contatti con le loro terre d’origine e la sua sensibilità per l’arte quale mezzo didattico al servizio dell’evangelizzazione, nella consapevolezza che l’immagine, con il suo linguaggio universale, possiede una forte attitudine a stimolare l’emotività e ad attrarre con un fascino profondo. Si ribadiva così che la qualifica di Roma quale «communis patria era la sua vocazione primaria e la ragione più autentica della sua forza, anche simbolica» (p. 225). Integrano l’esposizione due Appendici di documenti (pp. 225-230). Fabrizia Borghi, Nato per essere Papa. L’astrologia come scienza al servizio del potere a Roma alla fine del Cinquecento, pp. 235-258: analizza il ruolo dell’astrologia nell’iconografia decorativa del Cinquecento attraverso due straordinari testi esemplificativi: l’oroscopo di Agostino Chigi nell’affresco della Loggia della Farnesina e le immagini che ornano la Sala della Cosmografia nel Palazzo della Caprarola del cardinale Alessandro Farnese. Quello che avrebbe potuto ridursi ad un semplice resoconto iconografico si traspone invece ad un’acutissima indagine sui significati allegorici delle rappresentazioni, sui messaggi che esse trasmettono all’intellettuale esperto che le contempli, sulla tecnica e sullo stile con cui venivano ideati da storici e da poeti. Attraverso al linguaggio dei segni astrologici emerge, nitida, una cultura tanto recondita quanto raffinata; disegni e motti confluiscono in allusioni che interpellano e coinvolgono l’ospite; la decorazione si fa proclama, diventa diplomazia; si intrecciano l’astrattezza sognante del mito e la dura concretezza della storia; la stessa serenità di quei quadri si rivela pervasa di una passionalità di aspirazioni che rende drammatica quell’imperturbabilità apparentemente così lontana. Il mito pagano viene a promulgare l’ortodossia cattolica e si fa voce sia di interessi dinastici che della Controriforma. È tutta una civiltà ed una mentalità che affiorano da una lettura finissima e documentatissima di quelle che avrebbero potuto sembrare realizzazioni locali ed occasionali. Silvano Peloso, Roma fra universalismo e profezia nel pensiero di Antonio Vieira, pp. 261-270: presenta il periodo di permanenza a Roma (1669-75) del famoso predicatore gesuita A.V. come il momento culminante della sua vocazione profetica. A tratti essenziali emergono la sua vigorosa e complessa figura in una singolare ampiezza e molteplicità di sfondi, la sua audace interpretazione di una storia che dal passato si proietta in un futuro a tratti escatologici, il suo sogno di «una conversione universale al cattolicesimo romano e dell’avvento finale del regno di Cristo sulla terra» (p. 265). Ci si rivelano il suo fervore, le sue delusioni e le contraddizioni che egli tuttavia riassorbiva «attraverso il suo strumento privilegiato: la potente e radicale forza innovatrice, l’inesauribile potenzialità della parola appresa dalla rivoluzione cristiana» (p. 269). Armando Ravaglioli, I mestieri di strada e lestrade dei mestieri, pp. 271-292: si propone di ricostruire storicamente il passato di Roma esaminando la topografia della città, i mestieri che vi venivano esercitati e la società che attorno ad essi si sviluppava, nei secoli XVI-XVII. Ne scaturisce un panorama che suscita un vivacissimo interesse: l’informazione vi appare minutissima, precisa sull’evoluzione storica, puntualissima nella specificazione dei luoghi. La rievocazione dei venditori ambulanti nelle loro figurette, nei loro atteggiamenti e soprattutto nelle loro voci caratteristiche, nelle loro cantilene che in rime approssimative compenetravano l’annunzio imbonitorio con il consiglio a tono confidenziale, ricupera in quadretti coloriti un clima vivente e pittoresco. R. ci guida lungo un percorso scandito passo passo per la fitta rete delle anguste strade cittadine facendoci assistere ad un continuo venirci incontro di attività artigianali che ci riconducono alla genuina vita di un tempo. I mestieri sono inseriti in usi dell’epoca e nelle loro motivazioni, illuminano sulle esigenze associative della popolazione e sulle loro soluzioni, prospettano le trasformazioni che il corso dei tempi ha indotte. È un mondo minore, ma è quello reale; si respira un clima civico che è scomparso ma che ha lasciato tracce, le quali possono anche provocare qualche sospiro di nostalgia. Alda Spotti, Giuseppe Gioacchino Belli e Cola di Rienzo. Una conoscenza solo superficiale?, pp. 293-299: esamina i limiti, ristretti ed occasionali, entro i quali il noto vivace poeta romanesco si interessò alla figura di Cola di Rienzo. L’indagine contribuisce a chiarire la cultura storica ed i gusti letterari del Belli, e la conoscenza che di Cola di Rienzo si aveva nella prima metà dell’Ottocento. Segue un’Appendice che disegna la mappa delle grandi istituzioni che offrono i sussidi fondamentali per gli studi su Roma: - Fabio Troncarelli, I luoghi della ricerca a Roma, pp. 303-316: informa sulle biblioteche e sugli archivi che contengono documenti importanti per l’approfondimento della storia di Roma; specifica quindi origine, consistenza, sviluppi, intenti specifici, ubicazione dell’Archivio di Stato, delle biblioteche Angelica, Casanatense, Vallicelliana, Alessandrina e di quelle dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Istituto Nazionale di Studi Romani e del Croma, fondato nel 1995. -Paola Pavan, L’Archivio Storico Capitolino, la Biblioteca e l’Emeroteca Romana, pp. 317-320: ragguaglia sulle tre istituzioni citate, che vertono principalmente su Roma come città, precisandone scopi, storia e problemi ai quali intendono far fronte. -Laura Biancini, La Sezione Romana della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, pp. 32l-328: riferisce anch’essa sulla storia, gl’incrementi, i contenuti, la tecnica di segnatura e le prospettive dell’istituzione. Concludono l’Indice delle Illustrazioni, pp. 329-331, ed il loro Approfondimento a cura di Lia D’Angiolino, pp. 333-335. Il volume nel suo svolgersi appare come un rapido susseguirsi di aperture panoramiche su quella città che, nella sua sottile e misteriosa forza suggestiva, è unica al mondo. Non ha la pretesa di esaurire un tema inesauribile; mira soltanto a porgere scampoli prospettici che, con quello che mostrano, richiamano a quello che esce fuori dalla sua cornice; sono bagliori settoriali ma vividi, che si compongono in una sintesi che fa sentire l’anima di una città che è una civiltà. Il volume tipograficamente spira una signorile eleganza, ma soprattutto risplende per la ricchezza di illustrazioni, pitture e specialmente miniature scelte con un gusto esigente e riprodotte con raffinata efficienza. È un’opera insieme scrupolosa nel suo rigore erudito ed ariosa nella sua offerta culturale.
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