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L'inquietudine del Quattrocento |
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La Nuova Ferrara 2 ottobre 2007 di Enrico Peverada
FERRARA. Con il volume che Remo L. Guidi ha recentemente edito su L’inquietudine del Quattrocento (Tiellemedia, 1120 pagine), egli ha completato una trilogia di studi sul secolo dell’Umanesimo. E’ infatti partito da La morte nell’età umanistica, del 1983; ha offerto una straordinaria trattazione su Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, del 1998; e ora approda al tema dell’inquietudine. Potrebbe apparire questo gran scrivere di Guidi un tuffo nel passato: e così è, dato che la materia prima del suo scrivere e, soprattutto, del suo riflettere - in linea con il non mai superato manzoniano “pensandoci su” - egli la mutua dagli autori del Quattrocento. Più in profondità c’è l’uomo, cioè l’umanità, attorno a cui Guidi ha creato una sorta di raccordo anulare con tre grandi autogrill per la sosta: vi vengono ammanniti, ora come ristoro ora come eccitante, testi e testi. Sia chiaro: non è offerta qui una antologia di brani; le citazioni e i testi allegati - e ce ne sono a non finire - sono innervati nel discorso, nel senso etimologico del termine, che viene portato avanti anche dilagando in vari rami senza mai impaludarsi. Discorso, ma sarebbe meglio dire colloquio: colloquio, certo, con gente del passato, ma per l’uomo d’oggi, che, con la manuductio di questo libro, è richiamato alle ramificate radici della sua stessa umanità: cioè del suo essere uomo.
LA Gazzetta del Mezzogiorno20 novembre 2007 L’inquietudine del ‘400 nel ‘Martedì filosofico’
di Franco A. Meschini
1118 pagine, disseminate di 6322 note, 158 incunaboli, poco meno di 700 manoscritti compulsati, sparsi in 19 biblioteche italiane, per non dire dei libri a stampa il cui elenco bibliografico occupa ben 63 pagine: sono alcuni dei numeri de L’inquietudine del Quattrocento di Remo L. Guidi, che fa seguito, a comporre un trittico, ad altri due lavori di pari impegno dello stesso autore, usciti il primo (La morte nell’età umanistica, L.I.F.E., Vicenza, 712 p.) nel 1983 e il secondo (Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, Tiellemedia, Roma, 1276 p.) nel 1998 (seconda edizione accresciuta 1999). Uno scavo di ampiezza e profondità singolari ed inconsuete di tutto un secolo o un’epoca, in cui affondano le radici della modernità; giacché in quel secolo con forza straordinaria assistiamo ad un ripensamento dell’uomo, delle sue aspirazioni, del suo destino, in un confronto intenso con i classici, ma anche con la Bibbia e con i padri della Chiesa. Ed anche a questo confronto pur così indagato almeno nel suo primo aspetto, e alle sue complesse intersezioni, le pagine di Guidi finiscono per offrire spunti interessanti, laddove, per esempio, prendendo le difese dei laici contro gli ecclesiastici che avrebbero voluto escluderli dal dibattito sui testi sacri, sottolinea che «le carte degli Umanisti offrono dovunque richiami, chiose, rielaborazioni e postille in grado di attestare in essi un non saltuario bisogno di attingere chiarezza e tranquillità dell’anima, proprio con la riflessione sulla Bibbia», e invitando ad andare al di là di indagini parziali e quindi dei luoghi, per esempio, del Bruni e del Piccolomini, in cui «i litterati, nel leggere la patristica, si limitavano in modo esclusivo a ricerche compatibili con il loro culto per gli auctores» fornisce puntuali riscontri della loro competenza in questo settore, da Guarino a Decembrio, a Giannozzo Manetti, e su un piano diverso, Alfonso d’Aragona, Lodovico Carbone, Ugolino Verino, Cellini, Luca della Robbia, per non dire di Pico, Ficino e, ancora, Callimaco Esperiente, Bartolomeo della Fonte e Galeotto Marzio. Ma il pensiero di quegli uomini, umanisti e maestri di spirito, meglio, che cosa essi pensassero, protagonisti di prima grandezza o più modeste comparse, è colto da Guidi non solo nell’atto del leggere e dello scrivere, in altre parole nelle pagine delle loro opere e nell’attività di studio, ma anche in documenti non prettamente letterari o non esclusivamente tali: oltre a trattati e summe, Guidi scandaglia, come nei suoi lavori precedenti, lettere, sermoni, biografie, vite dei santi, storie, cronache, diari, manuali ad confitendum, orationes, documenti d’archivio; sempre tenendo presente il confronto con la vita del tempo, soprattutto nei suoi aspetti sociali, culturali e politici, della quale essi furono spesso se non protagonisti, partecipi, in posti a volte di grande responsabilità. Ciò che soprattutto preme all’autore, qui come nelle sue opere precedenti, è cogliere al di là della ‘lettera’, la verità, le verità di quegli uomini. Non per nulla egli parla di paesaggio quattrocentesco dello ‘spirito’ , ed in questo quadro che traccia fin nei particolari, in questo paesaggio dello spirito egli individua una tonalità emotiva che emerge se si va al di là della superficie e dei proclami: l’inquietudine. «Il cosiddetto ottimismo ad oltranza del Quattrocento… qualora lo si sottoponga a verifica, finisce per rivelarsi, se non poco verisimile, assai fragile, contrastando con lo strapotere riconosciuto alla fortuna, il continuo riproporsi della morte e il problematicismo esistenziale degli uomini più rappresentativi, insieme allo smarrimento del popolo ad opera di una classe politico-ecclesiastica senza idee… e all’attesa sofferta per una palingenesi che avrebbe dovuto rinnovare il mondo, ormai inabile a risollevarsi». Recuperando le testimonianze degli interessati («ai quali si concede un credito più ampio di quello dato ai loro interpreti; e ciò spieghi il largo ricorso ai manoscritti e agli incunaboli») l’autore ne coglie l’inquietudine nata dal disorientamento («ambuliamo tutti in tenebris» scriveva Guicciardini al Machiavelli) di sentirsi sbattuti dalla violenza degli eventi, dalla triste consapevolezza di non ricevere congrue garanzie dagli studia humanitatis, dalla fatica e il fastidio di vivere in una posizione altalenante tra la dialettica della fede e la diffidenza del raziocinio, dal divario spesso incolmabile tra l’anelito a gesti intrepidi e pusillanimi capitolazioni. E non sono che alcune delle situazioni prese in esame dall’autore. Così, e sono ancora degli esempi, l’inquietudine serpeggia nel rapporto tra claustrali e laici, vissuto tra collaborazione e diffidenza, o nello scontro interiore tra il radicalismo dei principi morali e il diritto ad una propria affettività o, di fronte alla pesta, nel dilemma se fuggire o restare o, infine, davanti alla morte. La ricerca di Guidi che prende le mosse dal Trecento si spinge fino al Concilio di Trento dove i due poli aggreganti della sua ricerca, « la letteratura e il senso religioso, accentuando le divaricazioni già rilevate nel Quattrocento, presero rotte non più armonizzabili con l’Umanesimo».
La Sicilia10 giugno 2007
«L’Inquietudine del Quattrocento» di Remo Guidi Le paure di un secolo erudito di Sergio Sciacca
Viviamo in un secolo breve e dalla lena brevissima: le dimensioni di questo studio (che è solo la seconda parte di una vastissima monografia iniziata con le riflessioni sul Dibattito sull’uomo del Quattrocento) scoraggerà certo gli appassionati del mordi e fuggi, dello spezzatino culturale dello hamburgher librario. Qui invece la..dottrina è ponderosa, la documentazione è minuziosa, le idee non sono offerte per slogan, ma discusse e riscontrate sistematicamente. E’ naturale che sia così: l’autore ha scelto di analizzare un secolo lungo, anzi lunghissimo, per avvenimenti (ci fu la caduta dell’Impero romano d’Oriente), per intensità culturale (fu il secolo di Poggio e di Leonardo Bruni, del Poliziano e di Flavio Biondo, ognuno dei quali scris se tanto da impegnare anni della vita di un lettore infaticabile per poterne sondare la produzione), per ricchezza di impegno (a quel tempo fiorivano i maestri delle belle arti rinascimentali e i doctores delle humanae litterae guardavano con distacco anche la cultura di personaggi come Petrarca e Dante considerandoli, rispetto alla propria sapienza, poco istruiti). Quindi, per affrontare questo Thesaurum della cultura rinascimentale occorre umiltà di dedizione e orgoglio di cultura: i giullari delle microconoscenza non si arrischino dove si discute di Pico della Miradola e Marsilio Ficino (che tradusse tutto Platone dal greco in latino e non fu mai più superato). Un’opera monumentale questo saggio, che fa onore a chi lo ha scritto in modo degno di un secolo più altèro e all’editore che lo ha pubblicato in questo panorama odierno infestato da carte volusiane. Qui potremo dare solo rapido conto della importante tematica analizzata: i dotti del Quattrocento, orgogliosi della propria cultura, che si mettevano (e giustamente) alla pari con i classici e inventarono il termine Medio Evo per indicare la trascorsa decadenza della scienza, quando posavano la penna e chiudevano i volumi si trovavano fragili, ansiosi, allarmati. Avevano visto l’avanzata dei Turchi, avevano conosciuto il crollo di dinastie e signorie, avevano visto gli andirivieni della sorte. E avevano paura. Si confortavano scrivendosi l’un l’altro (i loro epistolari costituiscono un peso formidabile nelle biblioteche che li conservano), cercavano di farsi forza contro il pensiero della morte e del decadimento di tutto. Come mai? Non serviva a nulla la loro sapienza? Anzi, era proprio questo il punto: avevano studiato millenni di storia, avevano conosciuto o riscoperto il pensiero delle menti più acute dell’umanità, da Aristotele ad Averroè e ne ritraevano, come Leopardi e Faust, la convinzione che l’uomo più erudito è molto più infelice del garzoncello scherzoso che non si interroga sul senso della vita e fa festa il sabato e magari anche il venerdì.
La Gazzetta di Parma 18 settembre 2007 Le ansie e le contraddizioni di personaggi come Michelangelo e Leonardo Nell’ambito dell’attività di promozione culturale per l’anno 2007 la Biblioteca Palatina organizza per domani, alle ore 17 nella galleria dell’Incoronata la presentazione, a cura del professor Gino Reggiani, docente di storia e filosofia del Romagnosi, del volume di Remo L Guidi, «L’inquietudine del Quattrocento», edito a Roma dalla casa editrice Tiellemedia. Si tratta di una importante ricerca storiografica - che continua e porta a compimento l’opera già iniziata dall’autore con l’altro significativo studio dal titolo «Dibattito sull’uomo del Quattrocento» - volta a far emergere anche dalle pieghe più nascoste di un’epoca fondamentale per la storia della civiltà europea, quegli aspetti più legati allo sviluppo del pensiero e della mentalità, ai quali non sempre la pure ricca e copiosa letteratura del periodo ha attribuito il necessario rilievo. E’ quel particolare atteggiamento dell’animo che Guidi rivela nel riferimento esplicito del titolo - l’inquietudine - che costituisce l’elemento che caratterizza e insieme raccorda le cinque parti nelle quali è intessuta la ricerca, costruita come un polittico a cinque ante a sigla dialettica. L’ «inquietudine» ritorna infatti come inesausto motivo letterario e traspare in continuazione negli scritti pubblici e privati del secolo - e si intendano con questi le opere non solo degli intellettuali più importanti, ma anche i più modesti contributi che ci sono pervenuti da parte di tutti coloro che conoscevano la tecnica e l’arte dello scrivere - ed emerge in modo assai evidente e significativo negli eventi di un secolo che fu contrassegnato come pochi da guerre e distruzioni, agghiaccianti epidemie e angosciose sofferenze, crisi e scismi laceranti nella reli-gione universalmente praticata. " Il Sole 24 Ore 5 dicembre 2007 Il secolo dell'Umanesimo Quel Quattrocento così moderno La scuola francese degli Annales e i grandi affreschi di Fernand Braudel sul Mediterraneo e l'identità europea hanno portato nelle ricostruzioni della storia il fascino della quotidianità. La ricerca d'archivio restituisce ai grandi eventi lo spessore della vita materiale di tutti i giorni dove le fiere e i mercanti si alternano al modo di vestire, di abitare, di mangiare. Si afferma un modo di raccontare gli eventi che entra nel vissuto degli uomini e ne ritrae le passioni, i sogni i timori. È quanto fa Remo L. Guidi, studioso dell'Umanesimo e autore di numerosi saggi, ne L'inquietudine del Quattrocento un'opera che completa il monumentale Dibattito sull'uomo del Quattrocento (1999). La Stampa 19 dicembre 2007 Il caso
La fragilità italiana negli scritti degli umanistiIl mondo fa paura?Nel ‘400 molto di piùAffanni, malanni, incertezze: fu il secolo del malesseredi Alberto Papuzzi Se la nostra è l'epoca del progresso tecnologico senza un parallelo progresso tecnologico senza un parallelo progresso morale e d'una corsa al successo individuale che nasconde patologie collettive, se siamo circondati da paure come il virus dell'Aids, la mucca pazza, il fanatismo dell'Islam, la violenza d'uno tsunami, se ci sembra di vivere in uno stato di assedio, esposti alle aggressioni della microcriminalità quotidiana, ebbene non è la prima volta che accade: la storia italiana ha già attraversato lo stesso clima nell'età umanistica, all'inizio della modernità, quando Guicciardini scriveva a Machiavelli: «Ambuliamo tutti in tenebris». RIVISTA LASALLIANA 2009, n. 76p. 157
Remo Guidi «L’inquietudine del Quattrocento»
di + Rino Fisichella
Il volume di Remo Guidi è uno di quei libri che non dovrebbero mancare nella biblioteca di uno studioso del Quattrocento o anche solo di chi desidera conoscere uno dei periodi storici e artistici più fecondi e ricchi di fascino della storia in generale e della storia italiana in particolare. Il volume conclude quanto già l’autore ebbe modo di scrivere e sottoporre all’attenzione degli studiosi con il saggio “Dibattito sull’uomo del Quattrocento” edito sempre dalla Tiellemedia editore, e analizza in maniera puntuale tutti i temi riconducibili a quell’inquietudine di cui è permeato il XV secolo, oscillante tra dinamismo e depressione, in una sorta di ambivalenza capacità creativa e ozio, di coraggio e timore riscontrabile in ogni ambito sociale e religioso. Remo Guidi, facendo parlare i testi degli stessi letterati, pittori, filosofi e i documenti di quel tempo, apre al lettore un orizzonte immenso e sconosciuto, ma che paradossalmente riporta a somiglianze impressionanti col nostro tempo. Molti umanisti del tempo tentano di suggerire una definizione del momento storico in cui vivono e scopriamo che per alcuni era un tempo di ricerca smodata del successo, causata da ciò che il nostro autore definisce “una sottile e non effimera patologia dello spirito”, capace di togliere la serenità e il riposo a quanti ne erano affetti. Con questo volume l’occhio clinico dello storico esce dal perimetro meramente umanistico e indaga in maniera sottile nel mare non del tutto conosciuto del travaglio che alberga in uomini differenti per età, ambiti di competenze, stato sociale e cultura e scopre esserci in tutti loro un filo rosso che li unisce velatamente, ma fortemente l’uno all’altro, l’inquietudine. Tale stato inquieto apre certamente loro la via ad opere d’arte sublimi anche se nel medesimo tempo li lascia delusi e quasi umiliati per quella inadeguatezza che impedisce a ciascuno di loro di raggiungere in modo definitivo, completo quel che desideravano. La ricerca di Remo Guidi si trasforma in una vera e propria inchiesta in cui gli uomini scelti sono rappresentati mentre si interrogano, vivono e polemizzano sotto il peso delle domande che da sempre l’uomo si pone, nonostante la luce che già viene loro dai classici, dalla Bibbia e dalla scienza. L’autore compie questa inchiesta anche a livello sociale e sottolinea come anche gli Stati e la Chiesa del tempo hanno avuto nella precarietà uno dei loro segni più vistosi e distintivi e se questo avveniva macroscopicamente, non poteva non avvenire anche microscopicamente in ogni ambito della società, fino ad arrivare a ciascun individuo che, come un’onda d’urto veniva investito, magari inconsapevolmente dall’ansia dell’inquietudine. Come in una sorta di pendolo oscillante, l’autore osserva che l’altro versante del secolo inquieto fu un grande dinamismo, contrastante con il senso del limite e la coscienza della crisi, ma che da essi era generato. Nel tessuto ecclesiale “la fuga dal mondo” non tolse ai servi di Dio, il desiderio di rendersi utile al prossimo, e in quello delle arti umane la fragilità dei risultati e la stanchezza non tolse agli Umanisti l’affanno per la fama, la ricerca delle ricchezze e l’acre compiacimento delle contese, ma soprattutto non tolse loro la passione per le arti. Si può senza dubbio dire che gli Umanisti vissero per le lettere e nelle lettere. Paradossale, ma vero; tanto che uno di loro Benedetto Morandi, giunse per fino a dire che senza di esse avrebbe preferito non nascere. Il Quattrocento visse tra instabilità dovuta alle guerre, alle calamità naturali, dalle epidemie, dallo scisma, tutti fattori determinati l’inquietudine che l’autore contrappone all’idea spesso descritta in Letteratura di un Quattrocento contraddistinto da una sorta di ottimismo ad oltranza. Nella sua rivisitazione degli spazi tematici dell’inquietudine, Remo Guidi sottolinea come gli umanisti respirassero profondamente il senso del limite, il fatto di sentirsi in una posizione altalenante tra la dialettica tra fede e ragione, “tra la voglia di darsi a gesti intrepidi e quella di esprimersi con capitolazioni pusillanimi”. Una situazione che l’autore accosta anche al nostro tempo, fatto di ritorni ciclici su questo punto senza mai apprendere la ricchezza dell’esperienza precedente. Una crisi umana e spirituale che segna ancora giustamente i nostri giorni ogni qual volta ci si interroghi sul senso della vita e della morte, della dignità dell’uomo e dei suoi limiti e su quell’ansia dell’eterno che coglie tutti gli uomini, nella consapevolezza di restare inappagati.
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