L'inquietudine del Quattrocento

Recensione di Ernesto Screpanti


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Questo lavoro monumentale, con più di 1000 pagine di testo, 74 pagine di
bibliografia, una quantità innumerevole di incunaboli e manoscritti visionati, è la
chiave di volta di un progetto editoriale iniziato oltre trent’anni fa, ed è stato
preceduto da Aspetti religiosi nella letteratura del Quattrocento (1973-1974), Cultura
e vita nell'Età Umanistica (1976), La morte nell’Età Umanistica (1983), Il dibattito
sull’uomo nel Quattrocento (1999), oltre che da una serie notevole di contributi e
rassegne sulla stampa specializzata
L’oggetto è il Quattrocento, indagato dal punto di vista della storia della letteratura e
del senso religioso, e quindi l’Umanesimo italiano al suo apogeo. Il libro si articola in
cinque parti, che trattano rispettivamente: del contrasto tra dinamismo e depressione
nell’animo degli umanisti; dei conflitti tra la sfera razionale e quella emotiva; del
visco delle ambivalenze; dei percorsi per raggiungere il chiarimento interiore; e infine
della tendenza dell’inquietudine a travalicare i limiti del secolo.
Il tono di fondo che in modo garbato, ma del tutto esplicito, intesse l’opera e dà
senso alla ricerca è quello di una coraggiosa polemica, da una parte, contro quanti
comprimono l’umanesimo negli spazi angusti della retorica togliendogli ogni vigore
ideologico; dall’altra contro chi lo considera solo come un’era di conquiste dell’uomo
prometeico, come una corrente di pensiero ottimista e razionalista, un movimento di
liberazione dalle gabbie dei dogmatismi religiosi e fondazione dell’umanismo
moderno.
Guidi è certamente uno studioso troppo raffinato per voler negare che tutto ciò c’è
indubbiamente stato, e non ha esitazioni a riconoscere l’entusiasmo degli umanisti, il
loro slancio intellettuale, la fiducia nella cultura, la speranza nella conquista di un
nuovo equilibrio tra anima e corpo, l’audacia nell’affrontare razionalmente e senza
sacre paure ogni problema politico, economico, sociale, perfino religioso che le
società in trasformazione ponevano all’ingegno umano, insomma la fede nelle
capacità autopoietiche dell’intelletto. In quel clima spirituale l’uomo veniva visto non
solo come il centro dell’universo, ma come un centro creatore, un soggetto capace di
“imprimere il sigillo del suo estro sul mondo”. Cosicché i letterati del Quattrocento
non ebbero difficoltà a riscoprire, anzi, a creare ex novo degli ideali grandiosi che
dislocavano l’azione dell’uomo dalla cronaca alla storia, dalla storia al mito, dando
alla mercatura e alla lotta politica il valore della gesta eroica e magnanima. Sì, ex
novo: perché il patrimonio morale e ideale del paganesimo fu in realtà usato per
costruire una grandiosa metafora volta a giustificare un ordine nuovo della società e a
dar vita a una nuova civiltà dell’uomo.
Che tutto ciò ci sia stato viene ampiamente riconosciuto da Guidi, dunque. Ma il suo
punto è che c’è stato anche dell’altro. C’è stata appunto l’inquietudine. Ci sono stati il
disorientamento, le ansie e le angosce, il tedio e la rabbia, insomma il senso di
profonda crisi che fu vissuto un po’ da tutti i grandi e piccoli literati del secolo.
Puntigliosa è la ricostruzione delle forme dell’inquietudine e dei modi in cui gli
umanisti stessi ne davano conto. Ecco ad esempio le loro lamentele sulla scarsità di
tempo, divisi com’erano tra il dovere intellettuale di servire la vocatio agli studia e
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quello materiale di guadagnarsi il pane piegandosi alle incombenze del servizio civile
e curiale. Si pensi agli impegni di Palazzo che toglievano a Coluccio Salutati la stessa
capacità di riconoscere se stesso, e comunque gli sottraevano ore preziose da dedicare
agli amati classici. Questa del tempo come risorsa scarsa era un’ossessione
onnipresente, un assillo che arrivava perfino a esprimersi nei termini economici in
cui si presentava ai committenti degli intellettuali, quei mercanti per cui il tempo è
denaro e il tempo perso profitto mancato. E poi ci fu lo scontento causato dal
contrasto tra le aspirazioni al successo personale e la necessità di servire una classe di
mercanti e uomini politici opportunisti e meschini. E ancora ci fu quello generato dal
conflitto interiore tra la fede cristiana e l’amore per il genio pagano, conflitto
quest’ultimo che non era solo spirituale, ma anche pratico, vista la costante
propensione della Chiesa a esercitare una sorta di “dittatura delle coscienze”, a
ridurre gli spazi d’autonomia di stati e staterelli della penisola, per non parlare della
sua sistematica politica di evirazione di ogni tentativo di unificazione nazionale, con
il conseguente senso di precarietà e avvilimento che contribuiva a diffondere tra gli
intellettuali. E che dire degli effetti deprimenti della santa inquisizione sulla creatività
e la libertà di studiosi che si dedicavano ai classici greci e romani con molto più
fervore di quello che riservavano ai padri della Chiesa? Eppure sembrerebbe che tutte
queste occasioni di disagio si ancorassero a un motivo più profondo, e che
l’ossessione umanistica debba essere ricondotta da ultimo a un malessere radicale,
quello creato dal dissidio tra una libera attività intellettuale che aspirava
all’universale e una servile attività amministrativa che restava prigioniera di un
particulare spesso vile e spregevole.
Magistrale e seducente, senz’altro originale, è il metodo di cui si serve Guidi per
raccontarci la sua storia, anzi per dipingere il suo quadro. Ché proprio di un dipinto si
tratta, un immenso quadro acquerellato con tecnica puntinista, dove i puntini sono
fatti di pennellate di dettagli. Ecco il suo metodo: non una grand theory, ma una serie
infinita di particolari che “servono per meglio mettere a fuoco le questioni rilevanti”,
come deve essere per un’opera che non si ripromette di costruire una nuova visione,
ma vuole soprattutto decostruire una grande narrativa universalmente accettata. Ciò
spiega la mole del lavoro. Qualche cenno alle lamentele di questo o quell’autore non
sarebbe servito allo scopo: sarebbe stato preso per un insistere eccentrico
sull’anomalia. La dimostrazione della tesi di Guidi doveva essere svolta per
accumulo di dati, e così è svolta. E i dati sono raccolti dalle fonti originali invece che
dagli interpreti, quasi a mo’ di ricerca empirica. L’Autore infatti pare concepire la
storia come un dialogo con i protagonisti, e tende a mettere in secondo piano la
letteratura secondaria, ritenuta a volte responsabile di fraintendimenti e forzature. Il
che sembrerà strano se si pensa alla massiccia bibliografia che sostiene
quest’Inquietudine e all’esteso apparato di note dedicate alle riflessioni degli studiosi
moderni. In effetti non c’è una frase che non abbia nomi, date e agganci precisi a
percorsi bibliografici capaci di tranquillizzare il lettore riguardo al dominio di Guidi
sulla letteratura specialistica. Epperò la materia vera a cui attinge è tutt’altra:
centinaia di umanisti sono passati al vaglio, di ognuno sono ampiamente documentate
le smanie, le trepidazioni, le apprensioni, i turbamenti e gli affanni, i crucci e i
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tormenti, le ire e gli sdegni. Alla fine il lettore non potrà non riconoscere la verità del
paesaggio dipinto, del paesaggio di un secolo il cui spirito è costituzionalmente
malfermo e irascibile.
Però resterà forse anche con un po’ di desideri inappagati. E non tanto perché le luci
dell’Umanesimo che tutti già conoscevamo sono state offuscate delle ombre che
Guidi ha fatto emergere; ché anzi i colori luminosi acquistano in profondità per virtù
di quelle ombre e il senso della rivoluzione umanista si arricchisce in finezza e in
spessore se se ne coglie la dimensione di crisi. No, l’inappagamento si sente quando
si vogliono capire le ragioni di quelle ombre, quando si cerca di scrutare la
profondità delle prospettive che dovrebbero essere rivelate dalla superficie del
quadro.
Non è che Guidi non si occupi dell’eziologia della crisi, tutt’altro. Le cause le
ricerca e le indaga a diversi livelli di profondità: da quello più superficiale dei
rapporti dei literati coi loro committenti – signori, mercanti, tiranni, autorità
comunali e mecenati – che sono soprattutto rapporti di dipendenza economica,
politica, spesso anche di sudditanza ideologica (e già queste sono fonti inesauribili di
fiele); a quello più interiore della costituzionale caducità delle grandi aspirazioni
umane, quasi un limite spirituale di fondo che rivelerebbe una sorta di metafisica
inadeguatezza di ogni conquista dell’uomo che non giunga ad accedere a valori extramondani.
Tuttavia il libro suscita anche un’aspettativa che lascia almeno in parte
insoddisfatta – così pare a chi si occupa di scienze sociali – la voglia di conoscere le
cause per così dire “intermedie”, le cause che originano dal contesto sociale e politico
entro cui si è sviluppata quella rivoluzione e si è consumata quella crisi.
Parafrasando Hobsbawn, si può certo dire del Quattrocento che è il “secolo lungo”
per antonomasia. Il Quattrocento di Guidi, a dire il vero, sembra un secolo un po’
troppo dilatato, venendone colto l’epilogo nel Cinquecento avanzato. Per la
precisione la data ad quem viene fissata al Concilio di Trento, in modo però non del
tutto convincente. In quella data infatti la forza ideale dell’Umanesimo italiano, il suo
entusiasmo morale e civile, la sua carica innovativa erano già in avanzata fase di
decomposizione.
A me sembra che le date a quo e ad quem possano essere invece trovate in qualche
anno intorno alla vita dei due massimi esponenti della rivoluzione spirituale svoltasi
in quel secolo: Coluccio Salutati e Niccolò Machiavelli, non a caso entrambi
cancellieri della Repubblica fiorentina. Il primo chiude il Medioevo, il secondo apre
la modernità, quasi annunciando la condizione postmoderna. A voler essere pignoli,
quel lungo secolo inizia nel 1375, quando Firenze organizza una Lega della Libertà in
cui coinvolge gran parte dei liberi Comuni dell’Italia Centro-settentrionale e muove
guerra al papa. E termina nel 1529-30, quando Firenze dichiara guerra al mondo
intero e umilia militarmente un esercito imperiale mandato ad assediarla da un papa
fiorentino, per essere poi costretta ad aprire le sue porte al figlio di quel papa,
sconfitta dal tradimento da lui tramato.
A quella prima data Firenze era il centro d’Italia e l’Italia il centro del mondo, il
centro economico, artistico e intellettuale. Non per caso l’Umanesimo, soprattutto il
cosiddetto “Umanesimo civile”, diversamente da quanto sostiene Hans Baron nacque
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proprio lì e allora, col Salutati prima che col Bruni e nella lotta contro Gregorio XI
più ancora che in quella contro Giangaleazzo Visconti. Coluccio era il segretario
della Repubblica e l’ideologo della Lega, e mandava lettere incendiarie ai romani per
esortarli a ribellarsi al papa e farsi difensori della libertà. Sì, il cattolicissimo e “vero
guelfo” Coluccio Salutati. E il pontefice interdiceva Firenze, scomunicava la sua
classe dirigente e dichiarava eretici gli Otto di Balìa; annullava tutti i crediti fiorentini
in Europa e tagliava le gambe alla sua supremazia economica. E poi ci fu il tumulto
dei Ciompi, e poi l’inizio dello scisma d’Occidente, e dopo ancora l’avvio della
trasformazione della Repubblica in Signoria, sempre durante la cancelleria di
Coluccio. Ebbene tutto ciò non può non entrare profondamente nella spiegazione
della di lui inquietudine.
Molto tempo dopo, finito l’assedio di Firenze nel 1530, l’Italia era diventata una
provincia dell’impero. Niccolò Machiavelli era morto tre anni prima. Ma le sue teorie
erano state vivissime nei programmi e nei sogni degli Arrabbiati e dei Libertini che
volevano difendere la Repubblica ad ogni costo. E si potrebbe dire che il Segretario
fiorentino aveva previsto tutto, sia gli slanci libertari del popolo, sia la sconfitta. Lo
aveva previsto sulla base di una conoscenza intima dei mali della città e della
nazione, conoscenza che aveva accumulato in anni e anni di esperienza politica a
contatto con papi, re, imperatori e signorotti italici. Non c’è dubbio che tutto ciò deve
aver influito a fondo sul suo sentirsi “contemnendo” nell’ozio forzato
dell’Albergaccio.
In mezzo a quelle due date c’è stato il secolo della crisi, che è innanzitutto crisi
politica, crisi delle libertà repubblicane nel trionfo di Signori che si barcamenavano
tra questo o quel regnante europeo. Ma anche crisi di egemonia economica. E crisi
sociale, con i popoli che si trasformavano gradualmente in masse di sudditi, le classi
medie in greggi di clienti, i ceti dirigenti in caste di vassalli. Tutto ciò non può non
contribuire a spiegare in modo essenziale l’inquietudine dei literati di quel secolo,
cioè dell’unico ceto sociale che ancora cercava orgogliosamente di pensare la libertà.
Credo che le ragioni di fondo dell’inquietudine umanistica del Quattrocento vadano
ricercate anche in questa contraddizione insanabile tra “reale” e “razionale”, tra una
realtà politica e sociale di graduale sfacelo e asservimento, da una parte, e l’ideale
umanistico di perfezione civile e morale, dall’altra, tra una nazione che andava pian
piano perdendo gli ultimi residui delle sue libertà repubblicane e un ceto di
intellettuali che aveva fatto dell’autonomia spirituale e politica l’ideologia e la
deontologia della propria professione.
Ebbene tutto ciò non è che non ci sia nel libro di Guidi, né si può dire che vi si trovi
solo nella forma di cenni e allusioni. Anzi, il libro è ricco di riferimenti alle
condizioni materiali della crisi. Ciò che non vi si trova è una trattazione sistematica
dell’eziologia sociale e politica dell’inquietudine umanistica. L’Autore ad esempio
nota senz’altro il caso del “cristiano fervente” Salutati, che faceva “l’apologia della
libertà” contro la protervia di Gregorio XI e la tirannide dei Visconti (p. 220); oppure
quello del Bruni, che “fu un teste spesso critico e amareggiato del suo secolo, al quale
rimproverava sia di non riprendere la grandezza delle epoche antiche, sia le cospicue
insufficienze organizzative dello Stato e, dunque, la corruzione della classe di
governo” (p. 192). Ma l’impressione è che Guidi tenda a sdrammatizzare le cause,
diciamo così, strutturali dell’inquietudine umanista per fare risaltare quelle più
spirituali. Così ecco il Salutati vedere, “al pari di un profeta sconvolto, scendere il
sudario della morte, mentre dappertutto ascoltava il sorgere delle risse e degli odi,
perché Firenze, come ogni altra cosa, era destinata ad essere vanità e cenere” (p.
414). E perfino in Machiavelli si scopre un ansito religioso; infatti “andava anche in
Chiesa, magari non sempre”, il segretario fiorentino, e “per di più, a volte, premetteva
alle lettere Ihesus Maria” (p. 305). Ora non è che le ansie religiose non abbiamo la
loro importanza, ma le cause “intermedie” sono così secondarie? Sta di fatto che più
si va avanti nella lettura del libro più si sente l’esigenza di un’analisi approfondita del
nesso causale e strutturale esistente tra il problema socio-politico e la sua
elaborazione nell’animo degli umanisti, un’analisi che dia conto scientificamente
delle ragioni concrete di quell’inquietudine.
Si badi bene: questa non vuole essere una critica, non può esserlo. Come si fa a
criticare un libro di 1118 pagine per quello che non c’è scritto? D’altra parte si tratta
di un libro di storia della letteratura, non di storia politica e sociale. Ho già detto che
il meglio di questo lavoro sta nella sua capacità di decostruire un’ideologia. Non si
può pretendere di trovarci anche la costruzione di una teoria alternativa. Perché allora
ne ho parlato? Ebbene l’ho fatto nel vagheggiamento di un altro intervento di Guidi,
quello in cui l’Autore indagherà sistematicamente nelle cause “intermedie” della crisi
e dell’inquietudine del Quattrocento.

 

 



La Sicilia
(10 giugno 2007)

«L’INQUIETUDINE DEL QUATTROCENTO»
SAGGIO DI REMO GUIDI

Le paure di un secolo erudito

 

Remo Guidi «L’inquietudine del Quattrocento, (saggio storico-letterario)», Tiellemedia editore, 1120 pagg., 82 €.

 

Viviamo in un secolo breve e dalla lena brevissima: le dimensioni di questo studio (che è solo la seconda parte di una vastissima monografia iniziata con le riflessioni sul Dibattito sull’uomo del Quattrocento) scoraggerà certo gli appassionati del mordi e fuggi, dello spezzatino culturale dello hamburgher librario. Qui invece la..dottrina è ponderosa, la documentazione è minuziosa, le idee non sono offerte per slogan, ma discusse e riscontrate sistematicamente. E’ naturale che sia così: l’autore ha scelto di analizzare un secolo lungo, anzi lunghissimo, per avvenimenti (ci fu la caduta dell’Impero romano d’Oriente), per intensità culturale (fu il secolo di Poggio e di Leonardo Bruni, del Poliziano e di Flavio Biondo, ognuno dei quali scrisse tanto da impegnare anni della vita di un lettore infaticabile per poterne sondare la produzione), per ricchezza di impegno (a quel tempo fiorivano i maestri delle belle arti rinascimentali e i doctores delle humanae litterae guardavano con distacco anche la cultura di personaggi come Petrarca e Dante considerandoli, rispetto alla propria sapienza, poco istruiti). Quindi, per affrontare questo Thesaurum della cultura rinascimentale occorre umiltà di dedizione e orgoglio di cultura: i giullari delle microconoscenza non si arrischino dove si discute di Pico della Miradola e Marsilio Ficino (che tradusse tutto Platone dal greco in latino e non fu mai più superato). Un’opera monumentale questo saggio, che fa onore a chi lo ha scritto in modo degno di un secolo più altèro e all’editore che lo ha pubblicato in questo panorama odierno infestato da carte volusiane. Qui potremo dare solo rapido conto della importante tematica analizzata: i dotti del Quattrocento, orgogliosi della propria cultura, che si mettevano (e giustamente) alla pari con i classici e inventarono il termine Medio Evo per indicare la trascorsa decadenza della scienza, quando posavano la penna e chiudevano i volumi si trovavano fragili, ansiosi, allarmati. Avevano visto l’avanzata dei Turchi, avevano conosciuto il crollo di dinastie e signorie, avevano visto gli andirivieni della sorte. E avevano paura. Si confortavano scrivendosi l’un l’altro (i loro epistolari costituiscono un peso formidabile nelle biblioteche che li conservano), cercavano di farsi forza contro il pensiero della morte e del decadimento di tutto. Come mai? Non serviva a nulla la loro sapienza? Anzi, era proprio questo il punto: avevano studiato millenni di storia, avevano conosciuto o riscoperto il pensiero delle menti più acute dell’umanità, da Aristotele ad Averroè e ne ritraevano, come Leopardi e Faust, la convinzione che l’uomo più erudito è molto più infelice del garzoncello scherzoso che non si interroga sul senso della vita e fa festa il sabato e magari anche il venerdì.

SERGIO SCIACCA

 

 

Mitteilungen des Instituts für Österreichische Geschichtsforschung

Mit diesem Band legt der Autor ein weiteres Kapitel seiner langen Forschung vor, der mit dem Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento (Roma, Tiellemedia editore, 1999²) einen beachtenswerten Beitrag zur Kultur und Wissenschaft darstellte. Auch in diesem Fall untersuchte der Autor die Hauptfiguren der bewegten Zeit, Bettelorden und Humanisten, gründlich, die den Hintergrund einer durch das Schisma und einer durch Kriege, Epidemien und Naturereignissen entarteten Gesellschaft geschwächten Kirche bildeten. Das genaue Quellenstudium, vor allem der Handschriften, die bisweilen wahre und wirkliche Kleinode darstellen, erlauben in den privaten und öffentlichen Persönlichkeiten, die in diesem Zeitalter lebten, einen Ausdruck der Bestürzung und verbreitete Besorgnis (so auch der Buchtitel) wieder zu erkennen, von dem Augenblick an, in dem die Kirche und die Fürsten die Fähigkeit verlieren, positiv auf die fast täglich von der Gesellschaft gestellten Erwartungen zu antworten.

Der Mensch des 15. Jahrhunderts blieb, wenn er auch auf die Klassiker, die Bibel, die Wissenschaft und alles, was ihm eine sichere Antwort auf die unaufhörlichen Fragen bieten könnte, blickte, unsicher, enttäuscht und voller Zweifel und er scheint nicht weit entfernt vom Menschen des 3. Jahrtausend, weil nicht wenige Rätsel, Untersuchungsgegenstände dieses Zeitalters noch heute Argumente weit reichender Debatten sind.

Die Humanisten, obwohl sie in den und durch die Briefe lebten, sowie Benedetto Morandi schrieb, daß er ohne sie lieber nicht zur Welt gekommen wäre, (testor deum malle me non fuisse natum, quam non didicisse litteras quantulascumque hauserim), hatten den klaren Eindruck, daß diese Welt der humanae litterae von ihnen mit Anstrengung und Gelehrsamkeit so mühsam errichtet, sich immer im Augenblick des Zusammenbruches befand. Den studia humanitatis ist es deshalb nicht gelungen, wie der Autor betont, die Probleme des 15. Jahrhunderts zu lösen und ihr so genannter Optimismus wurde unvermeidbar die Stelle eines richtigen Revisionismus.

Nach der Auflistung einer ungeheuren und aktualisierten Bibliographie (S. 17-80) geht der Band auf fünf thematischen Kapitel weit reichenden Geistes ein (I: “Tra dinamismo e depressione”, S. 81-298; II: “Conflitti tra la sfera emozionale e quella volitiva”, S. 299-504, III: “Nel visco della ambivalenze”, S. 505-684, IV: “Percorsi per raggiungere un chiarimento interiore”, S. 685-932, V: “L’ambigua inquietudine del secolo ne supera i limiti”, S. 933-1032), und erläutert die Konflikte und Zweideutigkeit, die das Zeitalter erfüllen, die Grenzen der Vernunft und die Garantie des Glaubens (dabei die ständige Bezugnahme auf die Bekenntnisse des hl. Augustinus: inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te), die Zerbrechlichkeit der Ideologien, die weltlichen und religiöse Spannungen. Die gesamte bestehende Bibliographie wird so kritisch bewertet und vertieft,aber vor allem werden die handschriftliche Überlieferung und die zur Verfügung stehenden hinterfragt, analysiert und diskutiert, die der Autor dank der langen und mühevollen und zwischen Bibliotheken und Archiven verbrachten Arbeit aufspüren konnte: die Bedeutung und die Genauigkeit dieses Bandes bestehen tatsächlich in dem Umstand, dass der Autor sich mit zeitgenössischen 734 Handschriften und 158 Inkunabeln der zu analysierenden Epocheauseinandersetzen sollte und musste, bisweilen gänzlich ausgebeutet, manchmal wenig bekannt und schlecht interpretiert, manchmal vollkommen unediert (die Zeugnisse sind großteils in den Bibliotheken von Florenz, Mailand und Venedig und vor allem in der Vatikanischen Bibliothek verwahrt: in diesem Zusammenhang ist das von Autor vorgenommene Studium der beiden ersten Registri di prestito (Ausleiheregister) S.124-132 zur besseren Bewertung der Lektüre der Geistlichen im 15. Jahrhundert sehr interessant.

Die Vertreter - von den bedeutendsten bis zu den weniger bekannten - sind mit ihren persönlichen Erlebnissen ganz genau beschrieben, ihre Werke werden mit einer Erläuterung und methodologischer Strenge analysiert. Es entsteht dabei ein aus einer Vielzahl von Steinen, die sich alle rechtmäßig in dieser historischen Epoche einordnen, zusammengesetztes Mosaik, das der Stil des Autors noch lebendiger, abwechslungsreicher und der Lektüre erschienen läßt.

Vielleicht erlaube ich mir noch, mehr Aufmerksamkeit auf den Kardinal Domenico Capranica(1400-1458) zu richten – Kamerad von Tommaso Parentucelli dem späteren Nikolaus V (und ein besonderes sors wollte beide im Alter von 58 Jahren trennen) und auf seine reiche dem von ihm gegründeten Kolleg hinterlassene Bibliothek richten: Der Kardinal schien das Privileg zu haben, soweit es ihm seine ökonomische Möglichkeit erlaubte, auf dem Markt Handschriften zu erwerben oder vor allem illuminierte anfertigen zu lassen, in der Art, dass in erster Linie die Studenten des Kollegs, künftige Priester, damit einen sachlicheren Dialog bis zur richtigen Bedeutung des geschriebenen hätten. Beim Lesen der im Kodex Vat. lat. 7971 überlieferten Testamentabschrift ist tatsächlich eindeutig sein Vorhaben zu erkennen: eine größtmögliche Zurverfügungstellung der Zeugnisse des menschlichen Geistes zur Förderung der kulturellen und wissenschaftlichen Bildung der Zöglinge des Kollegs; er forderte den Rektor und die Ratgeber auf, in Zukunft eine Vermehrung des bereits bestehenden Bestandes mit dem Erwerb jener Bände, die einige bislang entdeckte Studienabteilungen auffüllen könnten, zu garantieren; und es wurde in Übereinstimmung mit der kulturellen Einstellung der Epoche die Möglichkeit einer Handschriftenausleihe an die, die darum gebeten hatten, nicht verweigert, nach vorherigen entsprechende Geldpfand jedoch. Aber von der etwaigen Ausleihe waren Bände des täglichen Gebrauchs durch die Studenten des Kollegs strikt ausgenommen. Alle waren daher, wie wir es angedeutet haben, auf die kulturelle Bildung der Zöglinge ausgerichtet, wie man auch gut dem Liber constitutionum seu ordinationum collegii pauperum scolarium Sapientiae Firmanae editus per Reverendissimum Dominum Dominicum de Capranica (Vat. lat. 7309) entnimmt.

Die vier Schlußindices (I: "Indice degli archivi" S. 1033; II: "Indice degli incunaboli" S. 1035-1038; III: "Indice dei manoscritti", S. 1039-1050; IV: "Indice dei nomi", S. 1051-1118) unterstützen den Leser beim auffinden der übergroßen mit 6322 Anmerkungen versehenen Datenmenge.

 

 

Marco Buonocore

Biblioteca Apostolica Vaticana


La Gazzetta di Parma
(18 settembre 2007)

Le ansie e le contraddizioni di personaggi come Michelangelo e Leonardo

Ricerca storiografica che scava nelle pieghe più nascoste di un’epoca fondamentale

Nell’ambito dell’attività di promozione culturale per l’anno 2007 la Biblioteca Palatina organizza per domani, alle ore 17 nella galleria dell’Incoronata la presentazione, a cura del professor Gino Reggiani, docente di storia e filosofia del Romagnosi, del volume di Remo L Guidi, «L’inquietudine del Quattrocento», edito a Roma dalla casa editrice Tiellemedia. Si tratta di una importante ricerca storiografica - che continua e porta a compimento l’opera già iniziata dall’autore con l’altro significativo studio dal titolo «Dibattito sull’uomo del Quattrocento» - volta a far emergere anche dalle pieghe più nascoste di un’epoca fondamentale per la storia della civiltà europea, quegli aspetti più legati allo sviluppo del pensiero e della mentalità, ai quali non sempre la pure ricca e copiosa letteratura del periodo ha attribuito il necessario rilievo. E’ quel particolare atteggiamento dell’animo che Guidi rivela nel riferimento esplicito del titolo - l’inquietudine - che costituisce l’elemento che caratterizza e insieme raccorda le cinque parti nelle quali è intessuta la ricerca, costruita come un polittico a cinque ante a sigla dialettica. L’ «inquietudine» ritorna infatti come inesausto motivo letterario e traspare in continuazione negli scritti pubblici e privati del secolo - e si intendano con questi le opere non solo degli intellettuali più importanti, ma anche i più modesti contributi che ci sono pervenuti da parte di tutti coloro che conoscevano la tecnica e l’arte dello scrivere - ed emerge in modo assai evidente e significativo negli eventi di un secolo che fu contrassegnato come pochi da guerre e distruzioni, agghiaccianti epidemie e angosciose sofferenze, crisi e scismi laceranti nella reli-gione universalmente praticata. "

A comprovare la validità del percorso Remo L Guidi accumula un patrimonio veramente vastissimo di documenti e di testimonianze. Emergono attraverso le dense e tuttavia ben proporzionate pagine del testo le vicende personali, le ansie e le contraddizioni interiori di personaggi mai abbastanza celebrati quali Michelangelo, Leonardo, Alberti, S. Bernardino e di tanti altri illustri anche se meno noti umanisti che orbita vano attorno a Milano,-Roma o la Curia, che si misurano e si confrontano con i membri del clero secolare e regolare, protesi tutti in uno sforzo comune di ricerca e di indagini complesse e inesauribili. Sullo sfondo sono naturalmente presenti gli eventi politici e sociali più significativi del tempo perché la cultura quattrocentesca vive e si alimenta specialmente di tensioni, conflitti, crisi senza possibilità di soluzione, così come avviene specularmente nell’ambito della vita materiale e sociale. A livello ideale si ergono l’un contro l’altro armati, misticismo e sensualità, vita attiva e vita contemplativa, obbedienza e ribellione, esaltazione borghese del lavoro ed elogio letterario dell’ozio, pace armata dei principi e libertà ecc. e questo avviene molto sovente non solo nella continua polemica tra intellettuali diversi che assumono e dunque difendono con accanimento l’una o l’altra di queste posizioni, ma addirittura all’interno dell’esistenza di uno stesso individuo che magari predica in un modo e poi si comporta in un altro, oppure che passa, a volte con sovrana indifferenza, a difendere opposte posizioni teoriche all’interno dei suoi scritti.

Tutto questo complicato universo di’esistenze lacerate e,sempre in bilico tra opposti stati d’animo è colto magistralmente da Guidi che anche in questa sua seconda prova sul periodo umanistico si rivela non soltanto profondo conoscitore dell’immenso materiale che prende in esame, ma anche e soprattutto fine psicologo in grado di comprendere e penetrare a fondo la ricchezza della vita interiore degli uomini del Quattrocento. Un’opera da leggere con interesse ed attenzione, insomma anche perché, per quanto la mole del volume sia considerevole, la lettura risulta agevolata dallo stile chiaro e quasi colloquiale che non affatica né smarrisce, ma invita anzi a condurre a termine in modo veramente gradevole ogni argomento trattato.

Lodevole dunque appare questa iniziativa inserita all’interno di un’attività di alto livello culturale, che il direttore della Biblioteca Palatina Leonardo Farinelli continua a promuovere con instancabile e qualificata competenza.

R.C.

Gazzetta del Mezzogiorno 20\11\007

L’inquietudine del ‘400 nel ‘Martedì filosofico’

1118 pagine, disseminate di 6322 note, 158 incunaboli, poco meno di 700 manoscritti compulsati, sparsi in 19 biblioteche italiane, per non dire dei libri a stampa il cui elenco bibliografico occupa ben 63 pagine: sono alcuni dei numeri de L’inquietudine del Quattrocento di Remo L. Guidi, che fa seguito, a comporre un trittico, ad altri due lavori di pari impegno dello stesso autore, usciti il primo (La morte nell’età umanistica, L.I.F.E., Vicenza, 712 p.) nel 1983 e il secondo (Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, Tiellemedia, Roma, 1276 p.) nel 1998 (seconda edizione accresciuta 1999). Uno scavo di ampiezza e profondità singolari ed inconsuete di tutto un secolo o un’epoca, in cui affondano le radici della modernità; giacché in quel secolo con forza straordinaria assistiamo ad un ripensamento dell’uomo, delle sue aspirazioni, del suo destino, in un confronto intenso con i classici, ma anche con la Bibbia e con i padri della Chiesa. Ed anche a questo confronto pur così indagato almeno nel suo primo aspetto, e alle sue complesse intersezioni, le pagine di Guidi finiscono per offrire spunti interessanti, laddove, per esempio, prendendo le difese dei laici contro gli ecclesiastici che avrebbero voluto escluderli dal dibattito sui testi sacri, sottolinea che «le carte degli Umanisti offrono dovunque richiami, chiose, rielaborazioni e postille in grado di attestare in essi un non saltuario bisogno di attingere chiarezza e tranquillità dell’anima, proprio con la riflessione sulla Bibbia», e invitando ad andareal di là di indagini parziali e quindi dei luoghi, per esempio, del Bruni e del Piccolomini, in cui «i litterati, nel leggere la patristica, si limitavano in modo esclusivo a ricerche compatibili con il loro culto per gli auctores» fornisce puntuali riscontri della loro competenza in questo settore, da Guarino a Decembrio, a Giannozzo Manetti, e su un piano diverso, Alfonso d’Aragona, Lodovico Carbone, Ugolino Verino, Cellini, Luca della Robbia, per non dire di Pico, Ficino e, ancora, Callimaco Esperiente, Bartolomeo della Fonte e Galeotto Marzio. Ma il pensiero di quegli uomini, umanisti e maestri di spirito, meglio, che cosa essi pensassero, protagonisti di prima grandezza o più modeste comparse, è colto da Guidi non solo nell’atto del leggere e dello scrivere, in altre parole nelle pagine delle loro opere e nell’attività di studio, maanche in documenti non prettamente letterari o non esclusivamente tali: oltre a trattati e summe, Guidi scandaglia, come nei suoi lavori precedenti, lettere, sermoni, biografie, vite dei santi, storie, cronache, diari, manuali ad confitendum, orationes, documenti d’archivio; sempre tenendo presente il confronto con la vita del tempo, soprattutto nei suoi aspetti sociali, culturali e politici, della quale essi furono spesso se non protagonisti, partecipi, in posti a volte di grande responsabilità. Ciò che soprattutto preme all’autore, qui come nelle sue opere precedenti, è cogliere al di là della ‘lettera’, la verità, le verità di quegli uomini. Non per nulla egli parla di paesaggio quattrocentesco dello ‘spirito’ , ed in questo quadro che traccia fin nei particolari, in questo paesaggio dello spirito egli individua una tonalità emotiva che emerge se si va al di là della superficie e dei proclami: l’inquietudine. «Il cosiddetto ottimismo ad oltranza del Quattrocento… qualora lo si sottoponga a verifica, finisce per rivelarsi, se non poco verisimile, assai fragile, contrastando con lo strapotere riconosciuto alla fortuna, il continuo riproporsi della morte e il problematicismo esistenziale degli uomini più rappresentativi, insieme allo smarrimento del popolo ad opera di una classe politico-ecclesiastica senza idee… e all’attesa sofferta per una palingenesi che avrebbe dovuto rinnovare il mondo, ormai inabile a risollevarsi». Recuperando le testimonianze degli interessati(«ai quali si concede un credito più ampio di quello dato ai loro interpreti; e ciò spieghi il largo ricorso ai manoscritti e agli incunaboli») l’autore ne coglie l’inquietudine nata dal disorientamento («ambuliamo tutti in tenebris» scriveva Guicciardini al Machiavelli) di sentirsisbattuti dalla violenza degli eventi, dalla triste consapevolezza di non ricevere congrue garanzie dagli studia humanitatis, dalla fatica e il fastidio di vivere in una posizione altalenante tra la dialettica della fede e la diffidenza del raziocinio, dal divario spesso incolmabile tra l’anelito a gesti intrepidi e pusillanimi capitolazioni. E non sono che alcune delle situazioni prese in esame dall’autore. Così, e sono ancora degli esempi, l’inquietudine serpeggia nel rapporto tra claustrali e laici, vissuto tra collaborazione e diffidenza, o nello scontro interiore tra il radicalismo dei principi morali e il diritto ad una propria affettività o, di fronte alla pesta, nel dilemma se fuggire o restare o, infine, davanti alla morte. La ricerca di Guidi che prende le mosse dal Trecento si spinge fino al Concilio di Trento dove i due poli aggreganti della sua ricerca, « la letteratura e il senso religioso, accentuando le divaricazioni già rilevate nel Quattrocento, presero rotte non più armonizzabili con l’Umanesimo».

Franco A. Meschini (Università del Salento)


Il Sole 24 Ore 5\12\007

Il secolo dell'Umanesimo
Quel Quattrocento così moderno

La scuola francese degli Annales e i grandi affreschi di Fernand Braudel sul Mediterraneo e l'identità europea hanno portato nelle ricostruzioni della storia il fascino della quotidianità. La ricerca d'archivio restituisce ai grandi eventi lo spessore della vita materiale di tutti i giorni dove le fiere e i mercanti si alternano al modo di vestire, di abitare, di mangiare. Si afferma un modo di raccontare gli eventi che entra nel vissuto degli uomini e ne ritrae le passioni, i sogni i timori. È quanto fa Remo L. Guidi, studioso dell'Umanesimo e autore di numerosi saggi, ne L'inquietudine del Quattrocento un'opera che completa il monumentale Dibattito sull'uomo del Quattrocento (1999).

Il secolo di Niccolò V, del Colleoni, di Pico della Mirandola e del Piccolomini ­ tutte figure d'intraprendenza, azione e protagonismo intellettuale - svela un sottile e inarrestabile disagio: nei grandi slanci serpeggia un uomo inquieto nonostante il successo. È la coscienza dell'effimero ad accentuare i dubbi e ad alimentare la riflessione. È il secolo che vede la Chiesa provata dallo scisma d'Occidente e indebolita dalla perdita di forza degli ordini monastici ma che registra anche lo scricchiolare delle istituzioni politiche sotto pressione per l'avanzata del pericolo turco. Poi ricompaiono le epidemie.

La curiosità che muove gli uomini alla scoperta di nuovi mondi e li spinge a indagare con occhi nuovi nella scienza e nella cultura si scontra con l'oggettività dei cambiamenti. I contrasti così accesi velano l'ottimismo. Guidi, servendosi di carteggi e di un'ampia documentazione letteraria, documenta le tensioni di un Umanesimo testimonianza di modernità e specchio dell'uomo contemporaneo.G.S.


La Nuova Ferrara, 2 ottobre 2007.

Con il volume che Remo L. Guidi ha recentemente edito su L’inquietudine del Quattrocento (Tiellemedia, 1120 pagine), egli ha completato una trilogia di studi sul secolo dell’Umanesimo. E’ infatti partito da La morte nell’età umanistica, del 1983; ha offerto una straordinaria trattazione su Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, del 1998; e ora approda al tema dell’inquietudine. Potrebbe apparire questo gran scrivere di Guidi un tuffo nel passato: e così è, dato che la materia prima del suo scrivere e, soprattutto, del suo riflettere - in linea con il non mai superato manzoniano “pensandoci su” - egli la mutua dagli autori del Quattrocento. Più in profondità c’è l’uomo, cioè l’umanità, attorno a cui Guidi ha creato una sorta di raccordo anulare con tre grandi autogrill per la sosta: vi vengono ammanniti, ora come ristoro ora come eccitante, testi e testi. Sia chiaro: non è offerta qui una antologia di brani; le citazioni e i testi allegati - e ce ne sono a non finire - sono innervati nel discorso, nel senso etimologico del termine, che viene portato avanti anche dilagando in vari rami senza mai impaludarsi. Discorso, ma sarebbe meglio dire colloquio: colloquio, certo, con gente del passato, ma per l’uomo d’oggi, che, con la manuductio di questo libro, è richiamato alle ramificate radici della sua stessa umanità: cioè del suo essere uomo.

SENZA CONFINI. E questo uomo, da sempre, si vede costretto a fare i conti con l’agostiniano inquietum cor nostrum: un grido e un’esperienza che percorrono tutta la vicenda umana, senza confini di tempo o di spazio.

Il Quattrocento, sotto il profilo letterario e artistico, potrebbe apparire il secolo dell’equilibrio e dell’armonia. Basti il richiamo a Leon Battista Alberti per l’architettura. Rimanendo nel mondo dell’arte, stavolta pittorica, ci viene incontro S. Girolamo nel suo studio; tra le più note raffigurazioni restano classiche quelle di Antonello da Messina, Domenico Ghirlandaio, Vittore Carpaccio. Ma proprio di S. Girolamo esistono, in contrapposizione, i numerosissimi e altrettanto famosi dipinti che lo raffigurano penitente nell’atto di battersi il petto: va almeno ricordato, data la sua origine ferrarese, il S. Girolamo di Cosmè Tura, ora alla National Gallery.

LA RIFLESSIONE. Venendo alla tematica affrontata dal libro, si potrebbe ritenere che si tratti di una riflessione di natura filosofica, tutto sommato, di pochi iniziati: cioèdegli Umanisti. E così, forse, anche fu; ma la ricaduta fu certo ad ampio raggio: solo che si pensi a come gli Umanisti, appunto, furono essi stessi consiglieri o maestri di pubblici reggitori. Ruolo che a Ferrara - giusto per richiamare una situazione locale presente nel libro in svariati momenti e sotto molteplici angolature - svolse il grande Guarino Veronese. E poi ci furono i predicatori, Francescani soprattutto, che innestando sulla tematica dell’irrequietezza e inquietudine e angoscia dell’uomo la visione di Dio, cui va ascritto ogni accadimento umano, fecero da cassa di risonanza, con ampia ricaduta popolare, delle svariate motivazioni che potevano, se non placare, almeno rendere meno inquieto il cuore dell’uomo. Proprio grandi personalità del mondo francescano elevarono la loro voce a Ferrara: S. Bernardino da Siena, S. Giovanni da Capestrano, il B. Alberto da Sarteano, il B. Bernardino Tomitano da Feltre. Ne derivavano, a volte, squarci di appagamento anche per il cangiante uditorio popolare della Ferrara estense; ma ne sortirono pure motivi di ansietà senza numero, anche di natura sociale. Così fu resa difficile la vita per le donne bene del Quattrocento ferrarese, richiamate decisamente dal vescovo B. Giovanni da Tossignano a eliminare gli strascichi delle loro muliebri vesti, essendo intervenuto su tale argomento il concorde parere di quattro luminari della teologia.

BORSO D’ESTE. Cuore inquieto e mondo inquieto, ieri come oggi. Inquietudine che avviluppa ogni uomo in ogni rango sociale. Proprio Cosimo de Medici, a proposito del papa Pio TI che non si dava pace per organizzare la crociata contro i Turchi, commentava, come ricorda il Guidi citando Machiavelli, che «il papa era vecchio e faceva una impresa da giovane». E la lotta contro i Turchi tolse il sonno, almeno per qualche notte, anche a Borso d’Este: tallonato prima dal papa Callisto mperché iÌ1viasse a Roma quanto raccolto per la crociata; in seguito, inutilmente pressato da Pio TI affinché intervenisse a Mantova alla dieta ivi riunita per iniziativa papale per organizzare la lotta antiturca. Abbiamo qui ristretto il campo di attenzione al mondo ferrarese. Va infatti detto che Ferrara, con suoi personaggi del mondo laicale ed ecclesiastico, è ben rappresentata in questa imponente opera: basti’citare gli umanisti Guarino Veronese e Ludovico Carbone; e, per gli ecclesiastici, i vescovi Pietro Boiardi, B. Giovanni da Tossignano, Francesco Dal Legname, Lorenzo Roverella; e poi i “riformatori” Beltrame da Ferrara, Nicolò da Fiesso, Michele Savonarola, per non dire del citatissimo fra’ Girolamo. Al di sopra, poi, almeno per il loro ruolo civico, gli Estensi, presenti con non meno di una decina di esponenti.

STORIA LOCALE.Insomma, il Guidi offre un volume che, mentre risponde alle attese dello studioso della cultura e della vita del Quattrocento, anche l’erudito o curioso di storia locale trova di che ampliare la sua conoscenza della storia ferrarese; ma si potrebbe aggiungere un elenco di città che trovano altrettanto spazio nel libro, sotto l’ottica dell’irrequietezza. Ed è un’irrequietezza, o inquietudine, non destinata a lasciare l’amaro in bocca ma che provoca a nuova ricerca sul fondamentale perché dell’uomo. -

Enrico Peverada




La Stampa 19/12/07

Il mondo fa paura? Nel '400 molto di più

Alberto Papuzzi

Se la nostra è l’epoca del progresso tecnologico senza un parallelo progresso morale e d’una corsa al successo individuale che nasconde patologie collettive, se siamo circondati da paure come il virus dell’Aids, la mucca pazza, il fanatismo dell’Islam, la violenza d’uno tsunami, se ci sembra di vivere in uno stato di assedio, esposti alle aggressioni della microcriminalità quotidiana, ebbene non è la prima volta che accade: la storia italiana ha già attraversato lo stesso clima nell’età umanistica, all’inizio della modernità, quando Guicciardini scriveva a Machiavelli: «Ambuliamo tutti in tenebris».

È la tesi che ispira un volume di oltre mille pagine, L’inquietudine del Quattrocento (Tiellemedia, € 92), frutto delle ricerche di Remo L. Guidi, uno studioso che aveva già affrontato la materia con il saggio Dibattito sull’uomo del Quattrocento (presso lo stesso editore). Condotta con rigoroso scrupolo filologico (la bibliografia occupa sessanta pagine!), l’indagine mette a nudo le fragilità dell’italiano moderno, così come vengono alla luce nelle opere degli umanisti. Di pagina in pagina, da Leonardo a Michelangelo, da Poliziano all’Aretino, si ha la sensazione di guardarsi allo specchio.

Gli uomini che affollano queste pagine, letterati o artisti, prelati o mecenati, sono tutti angustiati da affanni. In primo luogo a causa dei malanni cui al tempo non era facile trovare rimedio: «Non conosco fastidi o pericoli con i quali non abbia qualcosa da condividere - scriveva a un amico Enea Silvio Piccolomini, diventato papa Pio II, artefice di Pienza, la città ideale -: non ricordo più i tipi di febbre présimi; la tosse, poi, mi perseguita sempre e anche i calcoli mi visitano con assiduità; per dodici giorni mi tormentarono a Roma i dolori al fianco, a Padova soffrii agli occhi, in Scozia persi i denti e la podagra mi raggiunge dovunque vada; in questa pletora di mali mancavano le infezioni urinarie, e adesso ho anche quelle tra bruciori e perdite di sangue; se nel leggere le mie righe sospetti che soffra, non ti sbagli di certo; oltre che nel fisico sono tormentato nello spirito».

A proposito delle condizioni di spirito, il libro mostra che si vivevano i rapporti con il potere in uno stato di perenne incertezza, condannati a muoversi fra sospetti e ansietà. Lungo il secolo corse un malessere, che si traduceva in freddezza per le attività da svolgere, se non in paranoia. Antonio da Trezzo, fedele servitore per vent’anni di Francesco Sforza nel ducato di Milano, commette l’errore, alla sua morte, di mettere in guardia la vedova Bianca Maria dalle temibili stravaganze del figlio Galeazzo Maria («S’el potesse farne ogni gran male, lo faria»). Dopodichè i sospetti gli avvelenano la vita, si sente braccato, è preda di incubi, al punto che decide di scrivere allo stesso Galeazzo Maria, rivelandogli i suoi sogni oppressivi: «Volendo io fugire casco in modo che non me ne posso salvare, et in quel tempo sto cum tanto affanno, che credo le anime dannate non stiano cum più».

Fra le paure di allora, che si vivono anche nella nostra epoca, agitavano gli animi quella suscitata dai turchi incombenti (visti dalla Chiesa come diretta espressione di Satana) e quella provocata dalle grandi epidemie, di cui la peste era la manifestazione più catastrofica. Ma si temeva anche l’insidia della pedofilia. Secondo Guidi, l’amore corrotto per i fanciulli era «un tema rovente». Da numerose testimonianze si evince quanto fosse diffuso: oggetto di sgradevoli attenzioni fu san Bernardino da Siena, che gli agiografi descrivevano «di aspetto mirabile». Le relazioni proibite sarebbero la ragione per cui in genere i biografi del secolo non concedevano tanto spazio ai primi anni dei protagonisti. D’altra parte si hanno notizie di «inquietanti campagne contro la pedofilia», con prese di posizione nella compagnie della misericordia e con norme cautelari per seminaristi e monaci.

È questo il clima che spinge Leon Battista Alberti a scrivere l’apologo del Naufragus, in cui uno scafo alla deriva diventa simbolo dell’irrazionalità dell’esistenza. È questo il contesto che spiega le visioni apocalittiche di Leonardo da Vinci, con grappoli di uomini flagellati dalla bufera. Un paragrafo del libro è dedicato alla «solitudine scontrosa» di Michelangelo, che proiettò le sue ansie e inquietudini sulle pareti della Sistina. Questo racconto del Quattrocento si rispecchia in uno sfogo del Poliziano: «Mi do a razzolare tra morie e guerre, e dolore del passato e paura dell’avvenire». Così Guidi fa giustizia della scolastica leggenda che vede l’umanesimo dentro una cornice di ottimismo a oltranza. Al contrario, il viaggio di mille pagine nella cultura di un secolo mostra che gli umanisti «ebbero vivissima la percezione della fragilità» che incombeva sul mondo da loro ricreato.

 

L'Osservatore Romano

Il volume di Remo Guidi è uno di quei libri che non dovrebbero mancare nella biblioteca di uno studioso del Quattrocento o anche solo di chi desidera conoscere uno dei periodi storici e artistici più fecondi e ricchi di fascino della storia in generale e della storia italiana in particolare. Il volume conclude quanto già l’autore ebbe modo di scrivere e sottoporre all’attenzione degli studiosi con il saggio “Dibattito sull’uomo del Quattrocento” edito sempre dalla Tiellemedia editore, e analizza in maniera puntuale tutti i temi riconducibili a quell’inquietudine di cui è permeato il XV secolo, oscillante tra dinamismo e depressione, in una sorta di ambivalenza capacità creativa e ozio, di coraggio e timore riscontrabile in ogni ambito sociale e religioso. Remo Guidi, facendo parlare i testi degli stessi letterati, pittori, filosofi e i documenti di quel tempo, apre al lettore un orizzonte immenso e sconosciuto, ma che paradossalmente riporta a somiglianze impressionanti col nostro tempo. Molti umanisti del tempo tentano di suggerire una definizione del momento storico in cui vivono e scopriamo che per alcuni era un tempo di ricerca smodata del successo, causata da ciò che il nostro autore definisce “una sottile e non effimera patologia dello spirito”, capace di togliere la serenità e il riposo a quanti ne erano affetti. Con questo volume l’occhio clinico dello storico esce dal perimetro meramente umanistico e indaga in maniera sottile nel mare non del tutto conosciuto del travaglio che alberga in uomini differenti per età, ambiti di competenze, stato sociale e cultura escopre esserci in tutti loro un filo rosso che li unisce velatamente, ma fortemente l’uno all’altro, l’inquietudine. Tale stato inquieto apre certamente loro la via ad opere d’arte sublimi anche se nel medesimo tempo li lascia delusi e quasi umiliati per quella inadeguatezza che impedisce a ciascuno di loro di raggiungere in modo definitivo, completo quel che desideravano. La ricerca di Remo Guidi si trasforma in una vera e propria inchiesta in cui gli uomini scelti sono rappresentati mentre si interrogano, vivono e polemizzano sotto il peso delle domande che da sempre l’uomo si pone, nonostante la luce che già viene loro dai classici, dalla Bibbia e dalla scienza. L’autore compie questa inchiesta anche a livello sociale e sottolinea come anche gli Stati e la Chiesa del tempo hanno avuto nella precarietà uno dei loro segni più vistosi e distintivi e se questo avveniva macroscopicamente, non poteva non avvenire anche microscopicamente in ogni ambito della società, fino ad arrivare a ciascun individuo che, come un’onda d’urto veniva investito, magari inconsapevolmente dall’ansia dell’inquietudine. Come in una sorta di pendolo oscillante, l’autore osserva che l’altro versante del secolo inquieto fu un grande dinamismo, contrastante con il senso del limite e la coscienza della crisi, ma che da essi era generato. Nel tessuto ecclesiale “la fuga dal mondo” non tolse ai servi di Dio, il desiderio di rendersi utile al prossimo, e in quello delle arti umane la fragilità dei risultati e la stanchezza non tolse agli Umanisti l’affanno per la fama, la ricerca delle ricchezze e l’acre compiacimento delle contese, ma soprattutto non tolse loro la passione per le arti. Si può senza dubbio dire che gli Umanisti vissero per le lettere e nelle lettere. Paradossale, ma vero; tanto che uno di loro Benedetto Morandi,giunse per fino a dire che senza di esse avrebbe preferito non nascere. Il Quattrocento visse tra instabilità dovuta alle guerre, alle calamità naturali, dalle epidemie, dallo scisma, tutti fattori determinati l’inquietudine che l’autore contrappone all’idea spesso descritta in Letteratura di un Quattrocento contraddistinto da una sorta di ottimismo ad oltranza. Nella sua rivisitazione degli spazi tematici dell’inquietudine, Remo Guidi sottolinea come gli umanisti respirassero profondamente il senso del limite, il fatto di sentirsi in una posizione altalenante tra la dialettica tra fede e ragione, “tra la voglia di darsi a gesti intrepidi e quella di esprimersi con capitolazioni pusillanimi”. Una situazione che l’autore accosta anche al nostro tempo, fatto di ritorni ciclici su questo punto senza mai apprendere la ricchezza dell’esperienza precedente. Una crisi umana e spirituale che segna ancora giustamente i nostri giorni ogni qual volta ci si interroghi sul senso della vita e della morte, della dignità dell’uomo e dei suoi limiti esu quell’ansia dell’eterno che coglie tutti gli uomini, nella consapevolezza di restare inappagati.

Il libro di Remo Guidi è una sua sfida posta con coraggio da chi ha compreso che quanto ci ha precedutonon può rimanere sotterrato nel passato, ma ha un valore perenne. Solo così si comprendeil presente e si diventa creatori di futuro. L’Inquietudine del Quattrocento è per oggi: un testo che prova a verificare il dinamismo dell’Inquietudine in un presente che spesso vuole solo l’effimero e cade nell’assurdo. Riprendere tra le mani l’inquietudine del passato è un modo per costruire la certezza serena del futuro

Rino Fisichella

Nouvelles de la Republique des Lettres

Il corposo e denso volume di Remo Guidi si propone come il terzo momento di una ricerca sull’età umanistica che ha visto già pubblicati in precedenza due testi: La morte nell’età umanistica (L.I.F.E., Vicenza, 712 p.) nel 1983 e Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento (Tiellemedia, Roma, 1276 p.) nel 1998 (seconda edizione accresciuta 1999). Secondo quello che è lo stile di indagine dell’autore, analogamente alle opere precedenti, il testo si propone come una ricerca a tutto campo, condotta attraverso un minuzioso esame delle fonti. La mole dei documenti consultati ed utilizzati dà precisamente conto del territorio vastissimo su cui si è dispiegata questa ricerca: 64 pagine di dettagliata bibliografia di testi a stampa (un peccato che l’autore non distingua tra letteratura primaria e secondaria, per dar modo al lettore di vedere i confini del territorio delle fonti consultate), circa 700 manoscritti consultati in numerose biblioteche sparse in Italia fanno da supporto ad un impressionante numero di note (più di 6000) che, nelle 1118 pagine del volume, accompagnano il lettore.

I differenti e molteplici percorsi che si aprono al lettore nel corso dell’opera sono unificati dal tentativo di indagare sul piano storico una categoria estremamente problematica come quella di ‘inquietudine’: questa, ben oltre l’ambito della teologia antropologica di stampo agostiniano (si veda il testo di Bartolomeo della Fonte citato a p. 3 che indica nell’inexplebilis appetitus dell’uomo la fonte del suo inesausto desiderare), è vista come il leit-motif del Quattrocento, ricostruito via via in un tessuto di riferimenti e confronti che, a partire dalla materialità dei documenti, esibisce al lettore il volto complesso e spesso oscurato o dimenticato di questa epoca. L’autore è a questo proposito ben consapevole del rischio di ridurre in qualche modo la complessità di un’epoca che difficilmente si lascia ricondurre a prospettive univoche: «È difficile leggere a senso unico un’epoca così variegata e composita, né l’enfasi offerta agli aspetti spenti del vivere vuole comprimere altre polarità; tuttavia si insiste nel sostenere che il secolo, troppe volte, espresse amarezza e disinganno per il senso labile dell’uomo sui vortici del tempo, per le risposte inevase della scienza, gli arbitrî della politica, gli equivoci della religione stravolta ...» (p. 4).

Un tema dunque sotterraneo che attraversa, più o meno carsicamente, le opere degli Umanisti e le drammatiche vicende del tempo, secondo una ampiezza di prospettiva che porta l’opera di Remo Guidi non a voler seguire un dibattito o una riflessione all’interno del Quattrocento, ma a presentarsi come ricerca su quella che si pretende essere la ‘cifra’ dell’intera epoca. Da ciò l’opportunità, da un lato, diallargare sensibilmente il quadro delle fonti, dall’altro di cogliere il tema dell’inquietudine secondo prospettive dissonanti e conflittuali in cui si documenta, rispetto a differenti sfere dell’esperienza, l’impossibilità a raggiungere una composizione o un equilibrio.

Per quanto riguarda il primo punto, l’opera di Guidi ha l’indiscusso merito di confrontare e portare davanti agli occhi dei lettori dei materiali nuovi e poco conosciuti: non si tratta di indagare il Quattrocento solo nelle opere degli umanisti, tanto laici quanto ecclesiastici, ma di integrare queste con la lettura di una vasta gamma di documenti, che comprende, oltre alle opere a carattere storico e letterario, documenti personali come lettere, testamenti, appunti, riflessioni, ma anche manuali per le confessioni, prediche, resoconti di riunioni, documenti processuali, testi conciliari ecc. Così, se una tal mole di documenti e fonti può lasciare stordito il lettore, quella che emerge è la volontà dell’autore di lasciare il maggiore spazio possibile a coloro che egli ritiene i veri protagonisti della ricostruzione che si propone, cioè gli uomini del Quattrocento nei documenti che essi ci hanno lasciato. In tal senso risulta, di fatto, una certa distanza dalla letteratura critica e dalle interpretazioni che hanno, secondo l’autore, sottolineato alcuni aspetti dell’Umanesimo a discapito di altri: dalla relazione feconda con i classici (G. Voigt), all’importanza dell’impegno civile (il Bürgerhumanismus di H. Baron) secondo Guidi si considera sempre l’Umanesimo da una prospettiva parziale, cui si deve contrapporre una osservazione in cui l’interprete occupi il meno possibile la scena («A mio avviso si rischierebbe di fraintendere, e non per questioni dappoco, gli uomini del Quattrocento, qualora non li si ascoltassero per quello che fecero, e si lasciasse agli interpreti la facoltà di sovrapporsi ai protagonisti per esprimersi in loro vece», p. 123). Certamente l’ampiezza delle fonti consultate e la lettura approfondita che ne ha fatto l’autore sono ampiamente sufficienti ad accreditare la ricostruzione proposta: non sarebbe tuttavia stato fuori luogo trovare qualche riferimento agli studi che maggiormente hanno contribuito a comporre una immagine del Quattrocento, anche al fine di meglio caratterizzare la prospettiva interpretativa dell’autore.

In relazione all’articolazione del volume, questo è organizzato attorno a 5 capitoli, dei quali i primi 3 indagano, secondo differenti polarità, le tensioni e l’inquietudine del secolo, quasi a voler rintracciare questa in una tensione dialettica e mai ricomposta tra situazioni opposte e contraddittorie, come ad esempio l’otium e l’affanno; la radicalità della morale e la rivendicazione ad una autonomia affettiva; la prospettiva della fede e la ricerca di una razionalità nell’esperienza drammatica del dolore, ed altre ancora. Il quarto capitolo mostra la pluralità dei ‘percorsi’ attuati per raggiungere «un chiarimento interiore», mentre nel quinto si vuole mostrare come l’inquietudine che caratterizza il secolo sia lasciata dal Quattrocento in eredità al secolo successivo sino al concilio di Trento, visto come «l’ultima spiaggia» cui ci si rivolse per arginare il progressivo decadimento della Chiesa cattolica.

Con ciò R. Guidi mostra come le dicotomie e le lacerazioni del Quattrocento non vennero risolte; infatti non si trattò di un conflitto in cui il nuovo si opponeva al vecchio per soppiantarlo, ma di una vero e proprio permanere in uno spazio culturale, caratterizzato dalla tensione e dalla perdita di riferimenti univoci e definitivi. In altre parole si può giungere alla conclusione che l’inquietudine descritta nel volume sia, più che un tema specifico ed oggettivabile, una dimensione con cui gli umanisti sentirono il rapporto tra sé e il mondo.

Il percorso scelto dall’autore non è infatti lineare e la successione dei capitoli non risponde ad un ordine cronologico o causale, ma all’avvicendarsi di ambiti e contesti in cui i documenti forniscono testimonianza circa le differenti sfaccettature con cui si presentò l’inquietudine del Quattrocento: ad esempio le epistole del Poliziano o di Giovan Battista Spagnoli mostrano una intimità «fiacca e pigra», in cui il dinamismo dell’epoca che si accinge a soppiantare il Medio Evo (come consapevolezza della distanza che pone rispetto ad esso) si accompagna a stanchezza e depressione (pp. 133-182); oppure il rapporto complesso tra classicismo e cristianesimo, ove nel contesto del Bürgerhumanismus si riscontra un vivo interesse, niente affatto pretestuoso o di facciata, per problemi teologici o morali (come nel caso della figura di Catone, al centro di un complesso dibattito di cui si forniscono gli elementi), con reazioni diverse e contraddittorie da parte degli ecclesiastici (pp. 228-265); oppure, ancora, il rapporto con il dolore e, dunque, con il corpo e la corporeità, visto come un segno della propria miserabile condizione e allo stesso tempo come un impegno a vivere nel mondo, uno spazio in cui definire concretamente la propria fede religiosa (pp. 335-377). Il tema del dolore e i molteplici percorsi ed esiti che esso attiva, tanto nel vissuto quanto nella riflessione degli Umanisti, affiora secondo differenti tonalità nel corpo del volume, e così anche il tema della morte, che tocca questioni relative alla consistenza dei rapporti personali e affettive, ma anche veri e propri fenomeni socialmente diffusi come le indulgenze.

Se il volume si conclude con una lettura del concilio tridentino come esito ‘ritardato’ della crisi che diede anima al Quattrocento, si devono ricordare anche le numerose pagine riguardanti la figura dell’Aretino, in cui l’autore vede chiudersi un cerchio, «nel quale le spinte ideologiche originarie … rimaste senz’anima, si erano dissolte per aver esaurito ormai le proprie potenzialità creatrici» (p. 996). L’esito quindi dell’indagine è una rappresentazione policroma dell’Umanesimo, nel quale, lungi dal perseguimento di una visione ottimistica, in cui l’uomo si trova in un ideale equilibrio al centro dell’universo, si creano le condizioni per quella crisi della civiltà europea che agiterà i secoli successivi. Vengono qui in mente le pagine de L’alba incompiuta del Rinascimento di Henri de Lubac, cui il volume potrebbe essere accostato, se non per lo stile dell’indagine, almeno per il sentimento vivo che esso trasmette di una intera epoca.



Archivium Franciscanum historicum

Un volume dalla mole quasi monumentale: si potrebbe definire così questo ultimo lavoro del prof. Remo L. Guidi, con il quale egli mette a diposizione dei lettori l’immenso deposito delle sue conoscenze letterarie accumulato in molti anni di studio attento e penetrante delle opere degli Umanisti. Un viaggio nel sec. XV, lungo 952 pagine di testo (il resto sono di indici) che s’intersecano tra angoscia e tenebroso pessimismo, tra arrogante scontrosità ed infelicità densa di privazioni, tra otium frustrato e sconforto stagnante nell’animo dei protagonisti letterari di quel secolo. Un volume, quindi, che getta luce sul “retrobottega”, umbratile e umido (come tutti i retrobottega, del resto), di quella luminosa e affascinante vetrina che fu l’età umanistica. Dobbiamo certamente qui riconoscere che il Guidi si avvale di tante sue ricerche, che trovarono già dal 1973 al 1974 il loro primo approdo nell’edizione degli Aspetti religiosi nella letteratura del Quattrocento (tre volumi per i tipi della LIEF di Vicenza), giungendo ad intensificare sempre più il discorso sull’esistenza umana e il suo dramma in La morte nell’età umanistica (LIEF, Vicenza 1983), per pervenire ultimamente al nocciolo della questione “umanistica” in sé: Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento (Tiellemedia, Roma 1998; cfr. AFH 91 [1998] 241-58). Tutti questi contributi sono stati dall’A. agganciati trasversalmente nel saggio qui in oggetto, segnando un ulteriore passo avanti nella conoscenza ardua e seducente della mens umanistica quattrocentesca, la cui scansione esplorativa iniziata sotto la lente della religiosità giunge ora ad essere rivisitata attraverso il filtro categoriale dell’ “inquietudine”.

Non nascondiamo alcune difficoltà nell’aver accostato questo voluminoso tomo: in effetti nel leggerlo si ha come la sensazione di stare in equilibrio precario sulla cresta di uno tsunami fatto di informazioni, notizie, aneddoti, citazioni, situazioni che nel loro complesso fanno sì che il lettore sia completamente immerso non tanto nella mera vicenda storica, bensì nella mentalità, nella psicologia, nel mondo delle sensazioni più intime e degli entusiasmi depressivi provati dagli Umanisti. Si potrebbe definire il lavoro del Guidi come, appunto, un lungo viaggio nell’animo di questi grandi letterati, che essendo vissuti a cavallo tra due epoche, quella medievale e quella rinascimentale, enucleano in sé stessi le percezioni crepuscolari del medioevo (agonizzante) e l’agognata spensieratezza (frustrata) di quell’epoca che ad esso doveva succedere, il Rinascimento.

Contenuto. Ma qual è l’ossatura portante su cui l’A. ha imbastito il suo impianto espositivo? L’intera opera, che il Guidi paragona ad «un polittico di cinque ante a sigla dialettica» (p. 7), è così ripartita (ne offriamo qui l’indice): dopo la Prefazione (3-7), l’Indice generale (9-10), l’elenco delle Sigle e abbreviazioni (11-6) e la vasta Bibliografia (17-80), inizia la prima parte Tra dinamismo e depressione (81-298), a sua volta ripartita in sei capitoli: 1. L’otium del Quattrocento fu pieno di affanno (81-132); 2. Un secolo glorioso con protagonisti insoddisfatti e stanchi (133-82); 3. La fragilità delle ideologie e la violenza della cronaca (183-228); 4. Gli equivoci imposti dalle asserite reciprocità tra ‘auctores’ e cristianesimo (228-64); 5. La misantropia degli uomini e il deperimento delle istituzioni (265-88); 6. La solitudine scontrosa di Michelangelo (288-98). La seconda parte ha per titolo Conflitti tra la sfera emozionale e quella volitiva (299-504), suddivisa anche questa in sei capitoli: 1. Claustrali e laici tra collaborazione e diffidenza (299-335); 2. Il radicalismo dei principî morali e il diritto alla propria vita affettiva (335-77); 3. Nelle perplessità morali della peste: fuggire o restare? (377-93); 4. L’ossessione del naufragio e del cataclisma (393-425); 5. Tra propositi di scontro e voglia di deprimersi (425-63); 6. I sostegni chiesti agli studia e alla ragione (463-504). La terza parte, Nel visco delle ambivalenze (505-684), è strutturata anch’essa in sei capitoli: 1. I morti al tribunale degli Umanisti: condanne, proscioglimenti, canonizzazioni (505-35); 2. La virtù degli Umanisti tra esibizionismo e risentimento (535-46); 3. Post tenebras spero lucem (546-98); 4. I limiti della ragione e le garanzie della fede nelle verifiche del vissuto (599-623); 5. Il mondo è intralcio o premessa verso Dio? (623-50); 6. Gli ecclesiastici nel dilemma della donna: doversene difendere e doverla guidare (650-84). La quarta parte, Percorsi per raggiungere un chiarimento interiore (685-932), si compone di cinque capitoli: 1. Tensioni laiche e religiose nella società per un suo riassestamento morale (685-749); 2. Gli uomini di chiesa sugli aridi paesaggi dello sconforto e della solitudine interiore (749-804); 3. Il diverso ‘uso’ della morte (804-49); 4. Vita est ergo pugna vel servitus (849-906); 5. L’ultimo dovere del cristiano è di ben morire (907-32). Quinta ed ultima parte, L’ambigua inquietudine del secolo ne supera i limiti (932-1032), sistemata in quattro capitoli: 1. La terra non appaga gli asceti e sconcerta i laici (932-59); 2. L’inautenticità della religione non poteva fugare l’inquietudine (959-91); 3. Fu la crisi dell’uomo a produrre quelle della cultura, della religione e a promuovere il disimpegno (991-1028); 4. La Chiesa verso Trento ultima spiaggia (1028-32). Concludono il volume l’Indice degli archivi (1033), l’Indice degli incunaboli (1035-8), l’Indice dei manoscritti (1039-50), l’Indice dei nomi (1051-118).

Come si può ben vedere, l’inquietudine degli Umanisti è affrontata a trecentosessanta gradi: nessun aspetto è escluso. Il materiale di area francescana è vario ed assai trattato sia in maniera specifica, sia in maniera contestuale. Si passa, per es., dai protagonisti dell’Osservanza minoritica (Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano, Giacomo della Marca, Alberto da Sarteano, Bernardino da Feltre, Cristoforo Numai da Forlì, ecc.) alle questioni che più li coinvolsero (predicazione della crociata contro i Turchi, litigi - non solo con gli Umanisti, ma anche con la controparte conventuale fino ad accennare alla divisione giuridica del 1517). In questo ambito non possiamo che dar ragione all’A. quando afferma che in seguito alla vacanza della gerarchia ecclesiastica, «troppo impegnata a dirimere i viluppi dello scisma, della politica, o a concorrere in grandezza di imprese mondane con gli stessi principi» (169), desta un certo stupore assistere al fatto che per la direzione spirituale ci si rivolgesse agli stessi Mendicanti -frati Minori in primis- i quali, sebbene stessero vivendo una stagione di laceranti dissidi, li vediamo impegnati a risolvere i problemi dei Laici, tutti intenti a metter ordine nelle loro coscienze.

Un motivo del travaglio psicologico vissuto dagli Umanisti è da ricondursi al loro culto esasperato degli auctores, il cui studio «invece di pacificare l’individuo riducendogli l’inquietudine, poteva eccitarne il desiderio di evasione portandolo all’esterno delle certezze cristiane, se non allo scetticismo» (244). Anche perché, e questo è il nostro modesto parere, essi scambiarono un eccellente strumento di ricerca filosofica e retorico-dialettica, come era appunto la conoscenza dei classici, con l’essenza dell’esistenza; praticamente: un ottimo mezzo conoscitivo della realtà con l’essenza stessa delle cose. Da qui l’inquieto vivere di questi protagonisti, i quali s’illudevano di attingere risposte là dove sussistevano solo domande. L’esperienza esistenziale di s. Agostino da questo punto di vista è precorritrice di questo tempo (di ogni tempo, oserei dire) e in effetti la sua ricerca, tra inquietudine e depressione, alla fine trovò l’unica risposta possibile: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». Ecco quindi il timore e la diffidenza nutrita dai religiosi nei confronti dei classici: essendo gli ecclesiastici stessi attratti dal fascino degli antichi autores e comprendendone l’importanza strumentale, cercarono in tutti i modi di “cristianizzarli” tentando, «con forzature di ogni genere, di estrarre dai loro documenti i misteri più ardui del cristianesimo», aggiungendo così all’intera questione «confusione a confusione» (244). Equivocità e confusione che di per sé trovava la sua origine negli Umanisti stessi, quando appunto congiungevano il culto per la classicità al proposito di mantenersi nella fede degli avi che, a causa anche di una loro manchevole cultura teologica, spesso naufragava in forme sincretiste «mettendo insieme Maometto, Cristo, Giove, le sibille e i profeti» (243) e anticipando così le posizioni dell’indifferentismo proprie del nostro tempo. Ma in sostanza, si deve riconoscere che «l’Umanesimo nel suo complesso, non derogò dal cristianesimo al quale, anzi, offerse contributi e sostegno con autentico entusiasmo» (248). Prova ne è lo stesso Nicolò V, il quale, per dirla con Domenico Valbusa (che tradusse Georg L. Voigt), era «intento unicamente a raccoglier libri e a promuovere le belle arti» (211) e che nel suo testamento vergò una confessione che doveva risultare come uno dei più alti sigilli da riconoscersi agli studia humanitatis: «in quibus quidem brevi tempore [...] ita profecimus, ut cunctas artes libero homine dignas, mirum in modum nancisceremur» (231).

Critica. Si potrebbe innanzitutto dire che il limite di tale opera sia la vastità dell’opera stessa, la quale fa sì che si addica esclusivamente a lettori già più che competenti in materia. Di fatto, quando il lettore deve affrontare capitoli di cinquanta, sessanta pagine, senza alcuna interruzione, si rischia di arrivare alla decima o alla ventesima pagina e ci si domanda quasi spaesati: «E adesso dove sono? Dove mi trovo?» Poiché l’accavallarsi dei fatti con le idee e le idee con gli incisi, è tale che un lettore, anche il più accorto, rischia di perdersi... Quindi, ci permettiamo di consigliare all’Autore di scindere i capitoli più vasti in ripartizioni più congeniali, in maniera da render più agevole la lettura, più abbordabile la materia, più assimilabile il tutto. Siamo però consapevoli che se una cosa del genere dovesse essere attuata in una seconda edizione (che speriamo possa esserci) comporterebbe la ricreazione ex novo degli indici analitici, e ciò ci rende assai scettici che l’Autore possa accogliere questo nostro benevolo suggerimento. E sotto questa prospettiva non lo possiamo biasimare.

In fine, alcune note, le più salienti.

A p. 171: «... i Francescani ... senza il soccorso dei laici, troppi aspetti della loro vita rischiavano il collasso, come decretava la Regula non bullata capitolo IX (De petenda eleemosyna)», e poi rinvia il riferimento di fonte alla nota 607: S. Francesco, Regula, cit., ecc. meglio sarebbe stato dire “come decretava la Regula bullata” poiché era (ed è) la bullata vincolante l’osservanza pauperistica e non la non bullata, che a partire dal 29 novembre 1223 era stata sostituita dalla Regula bullata. Di fatto, consiglierei all’A. di cambiare il riferimento con quanto è riportato dalla Reg. bullata al cap. IV (Quod fratres non recipiant pecuniam) e dal cap. VI (Quod nihil approprient sibi fratres, et de elemosyna petenda et de fratribus infirmis). Mi sembrerebbero più appropriati, secondo quanto l’A. discorre nel capoverso del testo a cui la nota 607 si riferisce.

Parlando di Alberto da Sarteano e della sua andata a Viterbo, lacerata da lotte intestine, a p. 175 (settima linea dal basso), si dice «l’insieme religioso, ...»: correggere in “l’insigne religioso”.

A p. 230: «... fu proprio Rinaldo degli Albizzi a ripetere (1410) a Martino V...»; qui o è sbagliato il papa o l’anno indicato: nel 1410 il papa non era Martino V, che fu eletto papa nel 1417.

A p. 246: «I fulmini comminati a Origene nel concilio di Costantinopoli (553)...»; sarebbe meglio dire: “nel secondo concilio di Costantinopoli (553)”.

A p. 363, nota 422: «L’autografo del codice è il BR 767»; detta così non si sa a quale biblioteca appartenga.

A p. 881, nota 1350, secondo capov.: «... né valsero le giustifiche del generale Francesco Zorzi davanti al doge...»; lo Zorzi non fu mai generale, bensì Ministro provinciale degli Osservanti veneti, per questo era stato chiamato a relazionare il doge veneziano sull’andamento del Capitolo “generalissimo” del 1517.

Valutazione. Valutare un’opera che, nell’ottica dell’A. miri a ripercorre l’inquietudine nel ‘400, inquieta. Non è stato un testo facile a leggersi, ma ne è valsa la pena; anche perché esso permette di prendere visione di un’epoca che i luoghi comuni troppo spesso hanno indicato come un periodo di luminoso ottimismo. Giunti al termine di questa maratona di 952 pagine di testo (il resto, come sopra indicato, sono di indici), possiamo dire che un fatto emerge evidente: da questo momento sarà impossibile affrontare l’età umanistica senza passare attraverso le pubblicazioni del prof. Guidi; che se ne parli contro o a favore, esse sono e saranno un punto cardinale nella letteratura storiografica del periodo umanistico delle prossime generazioni di studiosi e lettori. Appunto per questo ci siamo permessi sopra di dare qualche suggerimento, affinché quest’ultima sua fatica letteraria possa essere da molti più facilmente accostata, consultata e gustata. Quindi ne consigliamo la lettura (attenta) a tutti gli studiosi, specialmente a quelli che si occupano del Quattrocento umanistico ed esortiamo le biblioteche (anche le non specializzate) ad acquisirne copia. Oportet!

Pacifico Sella, OFM

Deutsches Archiv

Der vorliegende Band stellt einen weiteren Abschnitt der langen Forschungen des Autors dar, der mit Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento (Roma, Tiellemedia editore, 1999²) ein wertvoller Beitrag zum kulturellen und geistigen Lebens des 15. Jhs. ist. Wiederum stehen Humanisten und Angehörige der Bettelorden und der Beziehung im Mittelpunkt der Untersuchung. Hintergrund dieses sozialen Beziehungsgeflechtes bilden politische und religiöse Auseinandersetzungen – wie die Türkengefahr und das Schisma – aber auch Kriege, Epidemien und Naturereignisse, die das bestehende Gleichgewicht der Gesellschaft ins Wanken brachten. Die Menschen diese Epoche waren sich ihrer Unzulänglichkeit bewusst und suchten nicht nur in der Bibel, sonder auch in der Klassik und Wissenschaft eine Lösung ihrer existentiellen Fragen zu finden. Viele dieser Enttäuschungen, Beunruhigungen, Zweifel und Bedrohungen haben sie mit dem modernen, von der Globalisierung beängstigten Menschen gemeinsam, ja auch heute noch werden zahlreiche Argumente wieder aufgegriffen und debattiert.

Voraussetzung dieses bunten Bildes, das der Autor von diesem Zeitalter zeichnet, ist das genaue Studium der in den Handschriften und Inkunabeln überlieferten Quellen – bisweilen wirkliche Kleinode -, die bei öffentlichen und privaten Persönlichkeiten den Ausdruck der allgemein verbreiteten Besorgnis, ja Bestürzung, erkennen lassen. Einblick nicht nur in das politische Geschehen, sondern auch in das Privatleben mit all seinen täglichen Problemen, sozialen undhumanitären Fragen bietet die umfangreiche Briefliteratur der Humanisten. Briefe waren ein wertvolles Instrument der geistigen Auseinandersetzung. Doch diese mit Anstrengung und Gelehrsamkeit errichtete Welt der humanae litteraewar in ihrer Instabilität vom Einsturz bedroht. Die vielfach in die studia humanitas gesetzte Hoffnung, eine Lösung der anstehenden Probleme zu finden, war eben auch durch diese Verunsicherung zum Scheitern verurteilt. Auf fast allen Gebieten machte sich eine allgemeine Besorgnis breit. Der Band mit eben diesem Buchtitel gliedert sich in fünf Themenbereiche: I: “Tra dinamismo e depressione” (Zwischen Dynamik und Depression), S. 81-298; II: “Conflitti tra la sfera emozionale e quella volitiva” (Konflikt zwischen der emotionalen und willenskräftigen Sphäre), S, 299-504, III: “Nel visco della ambivalenze” (Im Netz der Ambivalenz), S. 505-684, IV: “Percorsi per raggiungere un chiarimento interiore”(Wege, um eine innere Klarstellung zu erreichen), S. 685-932, V: “L’ambigua inquietudine del secolo ne supera i limiti” (Die zweideutige Besorgnis des Jahrhunderts überschreitet dabei die Grenzen), S. 933-1032. Er behandelt nicht nur Konflikte, Unstimmigkeiten und Zwiespältigkeiten der Epoche, sondern hinterfragt auch, in wie weit der Glaube eine Garantie bietet und wo die Grenzen der Vernunft zu ziehen sind, und veranschaulicht, wie durch religiöse und weltliche Spannungen die bestehenden ideologischen Gebäude zerbrechlich erscheinen.

Einen wertvollen Beitrag zum Verständnis der Epocheleistet der Autor durch detaillierte Untersuchungen bislang wenig oder vollkommen unbekannter Abhandlungen so auch der De imitatione Christi (572 Handschriften, 47 Ausgaben). Der weit verbreitete Pessimismus, der auch heute wieder Fuß zu fassen sucht, wurde durch eine allgemeine Unruhe - sowohl auf politischem wie religiösem Gebiet – hervorgerufen. Die Kirche bot keine absolute Garantie mehr, sie war selbst mit inneren Spannungen konfrontiert (Schisma, prächtige päpstliche Hofhaltung in Rom, Ringen um Reform in den Ordensgemeinschaften). Die Gesellschaft war innerlich (durch Korruption und Machtkonzentration) und äußerlich (Vorrücken der Türken) bedroht. Lösungsvorschläge durch Humanisten – vielfach Verteidiger der Moralität in der Politik – und kirchlichen Vertreter – allen voran die Bettelorden in ihrer Suche nach Gerechtigkeit – waren so unterschiedlich wie ihre Vertreter und spannten sich vom Rückzug in die Einsamkeit bis zur Sicherung des eigenen Wohlstandes durch das Erreichen einer einflussreichen Position. Der Karmeliter Giovanni Battista Spagnolientwarf ein relativ modernes Bild der von Apathie und Übelsein bestimmten Depression, unter der viele litten (Bartolomeo Platina, Pius II., Pietro dal Monte). Die Schattierungen auf ideologischem Gebiet waren ebenfalls vielfältig: vom Tempel Malatestiana mit heidnischen Symbolen der Schwäne der Venus und dem Adler Jupiters bis zu Picco della Mirandola, der sich neben der Bibel auch mit der Kabbala, dem Koran, Esoterik, Astrologie und dem Rationalismus beschäftigte. Viele sprachen sich für eine republica fidei – eine Mischung der verschiedenen Elemente (Christus, Mohamed, Propheten, Jupiter, Sybillen) aus. Die Humanisten legten neben der Verteidigung der Klassik, das Schwergewicht auf religiöse Texte patristischer Natur besonders des hl. Augustinus.

Was das Leben selbst und sein Ende betraf, waren die Auffassungen ebenfalls unterschiedlich: vom Rückzug des von Schmerz durch den Verlust eines geliebten Menschen Gebeugten bis zur tief religiösen Interpretation des Abwerfen der Fesseln des Körpers und des Eingehens in die Harmonie der Herrlichkeit Christi. Das Meer wurde häufig als Metapher für das Leben genommen, das wie ein Schiff vom Untergang bedroht ist; einen rettenden Anker sahen viele in der Jungfrau Maria der stella maris. Epidemien und Katastrophen verlangten nach einer adäquaten Bewältigung, die sich von möglichst baldiger Flucht (Kanonist Francesco Zabarella) bis zur Betreuung der Kranken und Sterbenden (Bettelorden, s. Bernardino) spannte. Die gesellschaftliche Position des einzelnen wurde Gegenstand einer allgemeinen Debatte: die Putzsucht der Frauen wurde teilweise verurteilt, Ehe und Verpflichtungen im zivilen Leben wurden verteidigt. Die Kirche wollte nicht nur verschiedene Lebensbereiche (Ehe, Bankwesen etc) verbessern, sondern durch gedruckte und dadurch weiter verbreitete Beichtspiegeln eine striktere Kontrolle ausüben. Die durch Teilnahme an Liturgie und Zeremonien dokumentierte Frömmigkeit des einzelnen erfuhr durch das Buch eine spirituelle Bereicherung. Mit der Verbreitung religiöser durch Holzschnitte illustrierter religiöser Texte richtete sich die Botschaft der Kirche nicht nur an die intellektuelle Oberschicht, sondern an den einfachen Bürger und das Volk. Damit war aber auch eine Kontrolle des geistlichen Bereiches verbunden.

Eine unfangreiche und auf den aktuellen Stand gebrachte Bibliographie (S. 17-80), auf die im ausführlichen Anmerkungsapparat Bezug genommen wird, ist der Studie vorangestellt. Vier Schlussindices erleichtern die Benützung des Werkes: I: "Index der Archive" S. 1033; II: "Index der Inkunabeln" S. 1035-1038; III: "Handschriftenindex", S. 1039-1050; IV: "Namensindex", S. 1051-1118.

 

Christine Maria Grafinger

Biblioteca Apsotolica Vaticana



Renaissance Quarterly

This is Remo Guidi’s second book on moral thought in the Quattrocento. The first, Il dibattito sull’uomo nel ’400, which appeared in 1999, was mammoth in size and, in my estimation (see my review in this journal, LVI [2003]: 762–64), an indispensable vademecum for students of Quattrocento intellectual life and religion. Its quotation of an amazing quantity of texts still in manuscript or early printed editions from an extraordinary array of minor and major figures made Il dibattito a resource that one henceforth ignored at one’s peril. Everything I said then in praise of Il dibattito I can repeat here in recommending L’inquietudine. Once again Guidi has produced an enormous book of breath-taking documentary richness (I counted 6,312 footnotes; the listing of manuscripts and incunabula used runs 19 pages). The earlier volume focused on the competition between the humanists and the mendicants as spiritual and intellectual guides. The present volume continues this theme, but within the larger one of the diffused moral and psychological anxiety which Guidi has espied running through the history of humanism from Petrarch in the fourteenth-century to Pietro Aretino in the sixteenth. Guidi sees his study as a corrective to the still overly rosy picture of Renaissance thought that we inherite from the nineteenth-century. As he puts it (113-14): “Anxiety, spiritual discomfort, depression, and fear seem terms antithetical and incompatible with the vulgar idea one has of the Age of Humanism.”
With such a thesis, Guidi follows in the traces of Charles Trinkaus’s 1940 book Adversity’s Noblemen. But whereas Trinkaus concentrated on a select number of texts and seemed to repudiate his thesis 30 years later in his “In Our Image and Likeness”, Guidi supplies

us with an overwhelming mass of texts and authors great and small that permanently renders impossible any monochromatic rosy depiction of Renaissance thought. Guidi challenges (591 ff. and passim) what he calls the axiom that humanistic training enhances virtue and is even able to quote no less a humanist authority than Poggio Bracciolini (1001) in support of his argument. Guidi also fleshes out what he labels Klosterhumanismus as opposed to the Bürgerhumanismus of Hans Baron fame. En passant, we are also treated to a wonderful array of unexpected bits of information and discussions from Pope Leo X’s near dissolution of the Conventual Franciscans in 1517, humanist maledictions of the dead, and debates on female spirituality to St. Antoninus’s condemnation of sailors as homines pessimi, blasphematores, discussions of the morality of fleeing or remaining during plagues, and comments on Angelo Poliziano’s interest in the Psalter, just to give a tiny sampling from an encyclopedic collection of data and analyses. Also, given Guidi’s deep and extensive reading of the sources, one must take into account even what amount to obiter dicta, such as his comments on Machiavelli’s supposed religiosity (767, n. 591) or on the intellectual effects of the geographic distribution of mendicant houses (651). This encyclopedic quality cannot, however, mask the one signficant failing of the book, namely, its impressionistic approach to the sources. Guidi quotes text after text from author after author to make a point, but his argument is neither methodical nor comprehensive as far as the authors, the texts, or the issues are concerned. We are continually given instances, almost always refreshing in their newness and number, and the cumulative effect cannot but give one pause. What is lacking, however, is demonstration that deals in the round and through a convincing series of inferences with the figures and themes raised. Furthermore, the book suffers from some odd omissions. Given its overarching thesis, which includes extensive discussions of an

existentialist anxiety before death, it is surprising to miss any reference not only to Trinkaus’s old Adversity’s Noblemen, but also to the more recent Il senso della morte e l’amore della vita nel Rinascimento of Alberto Tenenti, Funeral Oratory and the Cultural Ideals of Italian Humanism of John McMananmon, and Sorrow and Consolation in Italian Humanism of George McClure. Hence, L’inquietudine, like its predecessor, Il dibattito, is a vast treasure house of data, fresh connections, and comments that will amply reward anyone who consults it. It is, in short, a grand contribution to Renaissance scholarship. But since its ensemble, arguing for Renaissance anxiety and challenging the notion of the ever optimistic, self-affirming, confident, laic Renaissance, elaborates what amounts to a truism already expressed in one way or another by a large number of Renaissance scholars, its ultimate value lies in its seemingly inexhaustible detail. JOHN MONFASANI
The University at Albany, State University of New York

Ricerche Storiche 

1118 pagine, disseminate di 6322 note, poco meno di 700 manoscritti sparsi in 19 biblioteche italiane, per non dire dei 158 incunaboli e degli altri libri a stampa, il cui elenco bibliografico occupa ben 64 pagine: sono alcuni dei numeri di questo volume di Remo L. Guidi, che fa seguito, a comporre un trittico, ad altri due lavori di pari impegno dello stesso autore, usciti il primo (La morte nell’età umanistica, L.I.F.E., Vicenza, 712 p.) nel 1983 e il secondo (Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, Tiellemedia, Roma, 1276 p.) nel 1998 (seconda edizione accresciuta 1999). Uno scavo di ampiezza e profondità singolari ed inconsuete di tutto un secolo o un’epoca, in cui affondano le radici della modernità; giacché in quel secolo, comunque lo si voglia intendere, con forza straordinaria assistiamo ad un ripensamento dell’uomo, delle sue aspirazioni, del suo destino, in un confronto intenso con i classici, ma anche con la Bibbia e con i padri della Chiesa e, infine, con la scienza. Ma quel ripensamento non fu affare e frutto solo di studio, perché quegli uomini, fossero umanisti o mendicanti, papi o predicatori, vissero anche nella propria carne le incertezze e i travagli che quel tempo di trapasso portava con sé. Questo di Guidi allora non è un capitolo di storia letteraria, ma un denso capitolo di storia della mentalità, che nei letterati trova dei testimoni privilegiati. «Gli Umanisti vissero per le lettere e nelle lettere, verso le quali Pomponio Leto intese un richiamo insopprimibile […] e Benedetto Morandi senza di esse avrebbe preferito non nascere […] ipotesi estrema condivisa da Ermolao Barbaro; ma gli Umanisti ebbero vivissima la percezione della fragilità che incombeva su quel mondo ricreato ad arte dalla loro industria, e sempre sul punto di decomporsi» (p. 5). L’angolo visuale da cui l’autore si colloca per rileggere (e interrogare) quest’epoca, e meglio sarebbe dire gli uomini di quest’epoca, è una categoria morale e psicologica, l’inquietudine, «che agli occhi dello storico, risulta una delle affezioni tra le più diffuse del secolo» ed indica inanzittutto una tensione, una impossibilità di quiete, radicata nella consapevolezza della precarietà propria e del mondo circostante e laddove questo sentimento non è inteso come anelito verso il divino (e l’agostiniano «inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te» ne è uno degli approdi possibili) produce smarrimento («ambuliamo tutti in tenebris» scriverà un giorno Guicciardi al Machiavelli) e allora l’uomo, che pure era sentito come copula mundi, degno di competere con gli angeli, si sente sbattuto «dalla violenza di grandi acque» senza «congrue garanzie dagli studia humanitatis» e ritiene di vivere «in una posizione altalenante tra la dialettica della fede e la diffidenza del raziocinio, tra la voglia di darsi a gesti intrepidi e quella di deprimersi con capitolazioni pusillanimi»: è «un essere demoralizzato, messo alla frusta dai suoi desideri insoddisfatti, vittima di illusioni degradanti e privo di luce, come scandirono con chiarezza laici (Bruni, Lapo da Castiglionchio, Giovanni Simonetta, Lorenzo il Magnifico, Scala) ed ecclesiastici (Di Domenichi, Caroli, Spagnoli, Savonarola); era la cecità a illudere i contemporanei, che il canonico Matteo Bossi paragonava, poco elengantemente ad animali messi alla stanga» (pp. 6-7).

Strutturato in cinque ampi capitoli, il libro, in un serrato e costante confronto con le fonti, analizza (nei primi due capitoli) gli stati d’animo, gli atteggiamenti e le prese di posizione degli uomini del secolo, di fronte ai dilemmi posti dagli eventi politici, dai modelli classici e dalla fede, dalle paure della morte, dall’ossessione dei cataclismi naturali, dall’impegno civile e dal desiderio di otium, sempre in bilico tra dinamismo e depressione, trasfera emozionale e volitiva; quindi esamina i compromessi e le ambivalenze cui andarono incontro i protagonisti (capitolo terzo); gli itinerari percorsi per giungere ad un chiarimento interiore (capitolo quarto); gli esiti, infine, di questa tensione, l’ambigua inquietudine, che trapassa nel secolo successivo (capitolo quinto).

Un grande e brulicante affresco in cui i protagonisti, siano essi personaggi di prima grandezza o semplici comparse, sono dinamicamente colti nelle loro umane vicende, nelle loro relazioni, nelle loro aspirazioni e nei loro scoraggiamenti e delusioni, senza che nessuno calchi da solo la scena. Eciò se è frutto di una scelta, di estendere l’idagine il più ampiamente possibile, è anche il risultato della ricerca. Ciò che veramente valorizza questa ricerca, al di là dei risultati stessi, che pure sono, come vedremo, di grande rilevanza è l’ampiezza e la varietà delle fonti consultate. Dell’ampiezza abbiamo già detto, riportando i numeri di quest’opera. Della varietà occorre invece dare conto. La tipologia delle fonti, indagate sistematicamente, è, infatti, ciò che fa che quest’opera appaia già come un punto di riferimento per gli studi umanistici: edite ed inedite esse comprendono storie (dell'arte, degli ordini monastici, dell'economia, della politica), cronache (delle città, delle famiglie, dei conventi), libri segreti, lettere, lettere consolatorie, epistolari, fogli polemici, poemi, poesie, prontuari per le confessioni, prediche, orazioni funebri, panegirici, libri di devozione, testamenti, libri delle entrate e delle uscite, resoconti di processi, di confraternite, di visite pastorali, diari, biografie, autobiografie, inventari di biblioteche, positiones di cause di santi, documenti conciliari, commentari, vite di santi, regole di perfezione, testi musicali, raccolte iconografiche e, ovviamente, summe, trattati, disputationes. L’autore non s’è accontentato delle dichiarazioni esplicite e programmatiche degli umanisti o degli ecclesiastici, le ha poste a confronto con quegli scritti in cui, per genere o circostanze, maggiormente emergesseciò che realmente pensavano non della vita e della morte, ma della vita e della morte loro e dei loro cari. Gli epistolari allora hanno un posto di rilievo, ma neanche essi vanno sottratti ad un’attenta disamina, come suggerisce il caso di Francesco Filelfo che «attese a comporre una immagine ideale di sé nelle epistole, smontandole e ricomponendole, enfatizzzando un aspetto o smussandone un altro, secondo un progetto musivo vagliato con cura nei dettagli, per non permettere una ricostruzione che potesse dedursi come esito logico e onesto da una raccolta di testimonianze attendibili nella loro nudità» (p. 92; sull’epistola umanistica in genere si vedano le considerazioni a p. 351). Una storia quindi, l’abbiamo già detto, non letteraria, ma di uomini. Di uomini inquieti: tali appaiono quelli del Quattrocento. A cominciare dalla fretta, dalla paura di perdere tempo, dal lavoro sempre incombente, che va a discapito dell’amicizia e dei diletti studia (pp. 83-116) e dalla necessità di procacciarsi denaro e di compiacere i loro mecenati o di correre in loro soccorso con l’ausilo della propria cultura (115-116), in una situazione politica europea in cui per bocca degli stessi testimoni «l’instabilità e la confusione dominavano dovunque… e dappertutto si respirava aria di disfacimento» (p. 117). E se è vero che il giudizio dell’epoca non sarà unanime, tanto che mentre ad alcuni (Alberti, Bruni, Palmieri) il secolo apparirà per dirla con le parole di F. Biondo felix, altri scriveranno di vivere «nelle fecce de’ tempi», è altrettanto vero che venature di pessismo le ritroviamo non solo nel campo dei claustrali, ma anche in quello degli umanisti come Poggio, Andrea Biglia e lo stesso Bruni (134-137), i quali «consapevoli o meno … si trovarono a percorrere i sentieri che erano già stati di Petrarca, giunto ad un analogo sconforto … come documentò nel De secreto conflictu curarum mearum…» (138). A queste contraddizioni, tra diverse visioni della stessa epoca o più spesso vissute dai protagonisti sulla propria pelle (o nelle proprie pagine), a questo che potremmo dire malessere diffuso Guidi dedica i primi due capitoli passando al setaccio migliaia e migliaia di pagine. Sembra non esserci angolo della vita intellettuale del secolo a non essere oggetto di tensione. Basteranno qui alcuni esempi. Di fronte alla riprosizone dei modelli classici, anche tra gli ecclesiastici, non mancherà chi, come Giovanni Garzoni, lamenterà un disinteresse per i santi o chi, come il Castiglione (in polemica con Iacopo Ammannati) riterrà che anche le gesta dei santi, come quelle degli eroi, dovessero essere scritte in bello stile e di fatto, sostiene Guidi (in pagine che sono un contributo alla studio dell’agiografia: pp.138-150), il secolo fu tutt’altro che disinteressato alla santità, che invece vi ebbe un peso enorme «dovuto, forse, alla grande inquietudine del Quattrocento, alla ricerca di protezione e certezze, per vincere un atavico senso del provvisorio e del precario da cui ognuno si sentiva compresso» (p. 148). Il giudizio sull’uomo, del resto non è meno complesso: a leggere certe pagine di Poliziano o di Ficino, dell’Alberti o di Guarino e, ancora, del Picolomini, di Coluccio Salutati, per non citarne che alcuni, e dello stesso Pico che nell’Oratio pure ci ha consegnato una delle pagine più cariche di fiducia sulle possibilità dell’uomo, si ha netta l’impressione che l’uomo del Quattrocento sia avvolto in una luce pessimistica. E ciò che Giudi scrive di Pico può ben servire da suggello a quel crogiuolo di insanabili contraddizioni di cui stiamo parlando: «Al fianco dell’Alberti, per certi versi, si potrebbe mettere Giovanni Pico della Mirandola, altra icona emblematica della crisi umanistica per cui nelle sue pagine si può trovare di tutto: l’anelito inconfondibile di chi non conosce limiti, il senso avvilito dello sconfitto, l’orgoglio e lo smarrimento nella cultura enciclopedica, ma non mancono nemmeno misticismo e razionalismo, cabala, astrologia, esoterismo, Bibbia, il Corano e volontà di non recedere dalla fede dei Padri. Questo filosofo sorprendente, che ebbe mille ragioni per essere e sentirsi felice, in due lettere al nipote Gian Francesco, fece risaltare un taediumvitae impastato di uggia, fastidio e tristezza; qui il supero umanista, messi da parte l’entusiamo delle 900 tesi e le immagini magniloquenti dell’Oratio, dette voce a una frustazione senza limiti, per diffondere il convincimento che la terra era il dominio di satana, e gli individui dovevano attendere a spogliarsi di ogni desiderio carnale, per difendersi dalle fiamme dell’inferno. In entrambe le lettere c’è il lamento di un profeta deluso nei sogni più caldi: il processo di Roma e la fuga clandestina in Francia, avevano ridotto in frantumi la sua utopia di irenismo universale, lasciando il posto a una religiosità impietosa, a momenti tragica, nella quale comparvero ferme condanne per la stirpe degli uomini» (pp. 188-189). Motivi di inquetudine, peraltro, non sono solo legati alla condizione dell’uomo, alla sua natura di creatura ‘sofferente’, o alla meditazione e all’esperienza della morte, ma anche determinati dagli avvenimenti siano essi caratterizzati dalla violenza (pp. 208-228), che sembra pervadere ogni spazio vitale (da quella efferata esercitata da regnanti e tiranni a quella esercitata contro i principi, da quella che esplode anche nei conventi a quella esercitata perfino sui cadaveri) o dominati dalla paura dell’inarrestabile procedere dei Turchi. Né senza asprezza furono le discusioni circa i testi: nel mentre si sconvolgeva il presente anche il passato, ma questa è la cifra meglio conosciuta dell’età umanistica, veniva reinterpratato: qui piuttosto interessa far notare con Guidi il dibattito attorno al rapporto tra classici e testi sacri e come anche gli umanisti fossero in grado di competere con i claustrali in fatto di teologia (pp. 228-256) e come, allo stesso tempo, essi era ben lontani dal dare un’interpetazione univoca della classicità. Esempio ne sia la discussione sulla figura di Catone modello di virtù civili e domestiche, la quale «non fu per nulla a senso unico, pesando su di lui le energiche connatazioni politice, il divorzio concesso a Marzia e il suicidio» (pp. 257-264). Difficili, a volte tediosi, furono sentiti i rapporti umani in un secolo che pure faceva dell’amicizia e dello scambio di idee una vera e propria divisa (pp. 265-274), emblematica è in proposito la “solitudine scontrosa” di Michelangelo(pp. 288-298).

Le pagine dedicate ai rapporti tra claustrali e laici intendono rimuovere una «una delle prevenzioni responsabile di molestissimi fraintendimenti: l’Umanesimo non solo annoverò tra i suoi seguaci di prestigio uomini con il saio o, comunque, di chiesa, ma non sarebe stato quello che fu senza il massiccio patrocinio dei pontefici e dell’alta gerarchia; da ciò deriva che ecclesiastici (e i Mendicanti in specie) e gli Umanisti, pur mantenendo, in genere, le loro specifiche, interagirono, e dettero luogo a un’osmosi lenta e continua, la quale, sebbene attenda ancora di essere descritta e valutata nella sua interezza, non fu né marginale, né discontinua» (p. 307) Essi discussero di tutto, di problemi di vita pratica e di scienza, sull’eticità del ricorso alle armi e dell’interesse bancario, sull’organizzazione dell’assistenza ai bisognosi e sulle compagnie laicali, riguardo alla liceità per la donna di truccarsi e di indossare preziosi broccati e non sempre lo fecero in modo polemico. Questo confronto avveniva, poi, in un mondo che non era certo statico e in attesa, ma ricco di avvenimenti e sconvolgimenti; mutavano, nel mentre si ponevano i problemi, anche gli scenari e i punti di riferimento; collassavano ordini mendicanti e monastici, i papi si scontravano con i conciliaristi, le consorterie di Palazzo erano in continuo movimemto e per di più le sommosse di piazza esprimevano un disagio e inquietudine esitenziale difficile da placare con risposte preconfezionate. È in questo paesaggio ricco di contrasti, scrive l’autore, che nasce la vita morale del Quattrocento. Particolarmente interessanti a questo proposito le pagine che egli dedica alla direzione spirituale, raccomandata dai claustrali e ai manuali ad confitendum (pp. 316-335). Ma se è forte l’esigenza di additare una strada sicura non è meno intensa quella di rivendicare uno spazio autonomo ai sentimenti. L’autore mette qui a profitto la sua rara conoscenza dell’epistolografia umanistica e l’ampio scandaglio compiuto con la prima delle tre opere che abbiamo richiamato sopra, La morte nell’età umanistica, per cogliere uno degli spiragli più intensi ed umani della vicenda degli uomini del Quattrocento, in cui maggiormente essi sentirono al di là di vuoti stilemi e modelli la necessità di autenticità: il confronto con la morte (pp. 335-377). Ma la morte ha nomi e cause particolari e allora l’autore ripercorre alcune delle grandi paure del Quattrocento: quelle della peste (che è indagata dall’autore dal punto di vista della domanda che i contemporanei si posero circa la liceità della fuga, che ricorda i turbamenti di Agostino di fronte all’assedio dei Vandali),del naufragio (che è spesso usato anche come metafora)e del cataclisma (pp. 377-425). Di fronte a pericoli e disagi d’ogni tipo, naturali, politici, famigliari e personali gli umanisi furono spesso travagliati (o così diedero ad intedere) tra propositi di resistenza e di scontro (e qui l’autore esamina l’atteggiamento di Coluccio Salutati e del Pontano delle lettere aragonesi ) e spinte depressive (che l’autore esamina in una galleria di personaggi a cominciare da Girolamo Savonarola). Anche a livello di istituzioni si ebbbe netta l’impressione di un crollo ed il ‘Palazzo’ fece spesso ricorso alla religione per sentirsi garantito chiamando presso di sé claustrali ed ecclesiastici da coinvolgere in questioni politiche e amministrative o facendo appello a pratiche devozionali a forte impatto sociale come il culto delle reliquie, o a donazioni e offerte; tutto questo, poi, non senza suscitare all’interno degli stessi ordini religiosi o tra gli uomini di chiesa un dibattito sulla legittimità di quell’apporto stesso, che finisce per essere anche una riflessione sulla disciplina monastica e sui rapporti con il secolo e con gli studia (pp. 463-504).

Il lungo capitolo terzo in parte riprende sviluppandoli temi già trattati nei due precedenti capitoli, in parte introduce nuovi scandagli su spazi vitali o concettuali in cui umanisti ed ecclesiastici si misurarono, così l’autore dedica novantaquattro pagine a descrivere i diversi atteggiamenti che essi ebbero nel confronto dei morti, a volte condannandoli, a volte assolvendoli, a volte infine canonizzandoli.Ma di fronte al malessere diffuso, alla «notevole mutevolezza di cui ebbero a soffrire le istituzioni, e [al]la facilità con cui gli eventi sconvolsero l’ordine solito delle cose» il Quattrocento sentì forte l’anelito dell’eternità, a guadagnare la quale misero in atto diverse strategie; a cominciare da quella che l’autore chiama colonizzazione degli spazi sacri (p. 692), ciò avvenne in un crescente contatto tra famiglie borghesi e ordini religiosi e ciò spesso determinò in questi ultimi un maggiore coinvolgimento nella cura d’anime e, d’altro lato, l’interazione più stretta con i religiosi portò i laici a occuparsi non solo per interesse di cose e luoghi sacri. Importanti sono le annotazioni che l’autore dedica all’impegno di entrambi gli schieramenti nelle inziative sociali: monti di pietà e frumentari, confraternite e ospizi; prediche a forte carica civile sulla partitocrazia, contro l’usura. La conoscenza e la lunga frequentazione dell’agiografia e della storia del cristianesimo e degli ordini mendicanti in particolare permettono all’autore di tracciare un bilancio originale dell’età umanistica dal punto di vista della spiritualità in cui emerge una dimensione sociale e collettiva della perfezione, cui non furono estranei i laici (pp. 702-749); così come le pagine (pp. 749- 804) dedicate a Girolamo Aliotti, Ambrogio Traversari, Pietro Delfin, Matteo Bossi, Pietro Dal Monte, Enea Silvio Piccolomini, Giannantonio Campano, Giacomo Ammannati dimostrano che le inquietudini, i dubbi, le incertezze, insieme al fastidio di vivere e all’ansia per la morte non furono prerogativa dei laici, ma appartenero anche ai claustrali. Ancora alla meditazione sulla morte da parte di umanisti ed ecclesistici sono dedicate le pp. 804-932, vista attraverso le lettere, le omelie (dove spesso prevalgono moduli intimidatori), i libri segreti, le novelle,nelle facezie, recuperando modelli classici, esaminando temi quali la conversione in punto di morte, la morte improvvisa, la giustizia divina, riflettendo sul fluire inarrestabile del tempo, difronte al quale si imponevano scelte morali ben precise, ma anche sulle preghiere in punto di morte, sulla vecchiaia; e la riflessione sulla morte non di rado portava con sé proponimenti sulla vita, vista come una battaglia, dove il diavolo (pp. 850-862) o satana, spirito iiriducibile e seduttore era costantemente in agguato «pronto a impadronirsi degli uomini per perderli».

Nell’ultimo capitolo l’autore esamina vari stili di vita ponendo a confronto le scelte degli umanisti e quelle dei Mendicanti; mentre questi ultimi ritennero frivolezze il ballo, il gioco, la caccia e la pesca, le giostre e i bagordi, i primi non li condannarono; entrambi ritennero invece fragile e infido investimento il denaro, in antitesi con la virtù. Alla ricchezza preferivano il prestigio ed anche gli umanisti ritennero la caritas verso i deboli e verso la comunità, sia pure con accenti diversi, un contrassegno della perfezione, sicché ci fu chi giunse a ritenere una vita breve (e quindi in quanto tale limitata nel servizio da espletare per gli altri) intrinsecamente imperfetta, salvo che essa non fosse stata dedicata all’assistenza del prossimo. Importanti sono le pagine che Guidi dedica alle confraternite (pp. 946-954), e alla religiosità, meglio al cristianesimo o alla laicità degli umanisti e degli ecclesiastici visti ancora attraverso il loro atteggiamento di fronte alla morte (pp. 951-991). Gli stessi studia humanitatis non furono risparmiati dall’inqueitudine: dubbi circa il loro ‘stato di salute’ avanzarono Alamanno Rinuccini, Aldo Manuzio, Vespasiano da Bisticci; preoccupazioni e disincanto manifestarono Poggio, Coluccio Salutati, Pier Paolo Vergerio, Enea Silvio Piccolomini, Pier Candido Dembrio, Leon Battista Alberti, Antonio De’ Ferrariis, il Galateo per non fare che alcuni nomi. Furono i Mendicanti, in un paradossale quanto non infrequente gioco delle parti, ad accogliere nelle loro bibloteche quanto gli umanisti avevano prodotto di meglio: Guidi rinvia ai fondidella Biblioteca Nazionale di Napoli, a quelli dell’Apostolica Vaticana, e a quello dei Conventi Soppressi a Firenze. È con il Concilio di Trento che i due poli aggreganti attorno a cui è costruito il volume, la letteratura e il senso religioso, accentuaruno le divaricazioni prendendo rotte non più armonizzabili con l’Umanesimo.

In conclusione l’opera di R. Guidi, ricchissima nel contenuto, originalissima nello stile e nell’impostazione, rigorosissima nella documentazione, e, dunque, in qualche punto di non facile lettura, è destinata a divenire un punto di riferiemnto irrinunciabile negli studi umanistici.

Franco A. Meschini


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