Remo L. Guidi

Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento

Il Dibattito sull’uomo nel Quattrocento
di Romano Tripodi

Il Giornale d’Italia 15 dicembre 1997

Roma. Un vasto movimento sinfonico nel quale una sapiente concertazione delle fonti esalta uno dei motivi più suggestivi della cultura di ogni epoca legata al senso della vita e ai suoi valori più durevoli.

Questo e molto altro ancora c’è sul “Dibattito sull’uomo nel Quattrocento” l’opera letteraria e storica più completa e più ricca di sbocchi e di orizzonti che sia mai stata scritta sino ad oggi sull’Umanesimo. Quasi un’opera omnia cui il suo Autore, padre Remo L. Guidi, ha dedicato oltre trent’anni della sua esistenza e che in questi giorni vede la luce grazie al coraggio e alla voglia di fare Cultura di Laura Azzinnari e delle Edizioni “TielleMedia”.

Con “Il Dibattito” Guidi pone una pietra miliare ad una lunga ricerca tesa a definire la sigla spirituale dell’Umanesimo nei suoi rapporti con gli Ordini Monastici e i Mendicanti in particolare. Un libro di grande afflato che può intimorire per la sua mole, ma che in realtà finisce per rivolgersi ad un pubblico eterogeneo, al Lettore erudito, ma anche a quanti si interrogano per la prima volta sul termine Umanesimo.

Nelle oltre 1000 pagine in cui si snoda, “Il Dibattito sull’uomo nel Quattrocento”, copre l’intero arco umanistico e insieme agli apporti dei litterati del Circolo fiorentino registra i contributi di quanti operarono a Milano, Parma, Venezia, Padova, Ferrara, Roma e Napoli e al fianco dei protagonisti palpita una costellazione di piccoli nomi coinvolti anch’essi nelle prospettive del grande fenomeno letterario, al quale, peraltro, offrì il proprio vigoroso sostegno un folto manipolo di frati, monaci e in genere di ecclesiastici sensibilissimi all’uomo e a quanto lo riguardava.

Alle generiche e non sempre credibili accuse dell’ignoranza dei Mendicanti, dunque, e alla loro programmatica avversione contro le humanae litterae troppo spesso riproposta in modo stracco e acritico ai nostri giorni fanno seguito nel libro di Guidi indagini assai serrate per mettere in risalto il Klosterhumanismus di cui non è lecito ignorare o minimizzare l’apporto o ammetterlo solo in via teorica senza comprimere il significato e il senso stesso dell’Umanesimo.

“La mia indagine – spiega Guidi – si articola su due piani coassiali. Nel primo gli Umanisti valutano il modo di vivere dei religiosi; nell’altro sono entrato nel vissuto dei Francescani e delle Clarisse quali interlocutori di spicco e al contempo bersagli polemici di tante carte umanistiche”. E nel “Dibattito” ecco prendere forma nitida il contesto storico in cui l’Umanesimo si è sviluppato. Sette capitoli quasi monografici, dei quali di grande suggestione è quello sul “Malessere sociale nel Chiostro” riferito sia alla vita dei Frati che a quella altrettanto inquieta delle Clarisse.

La scelta del secolo in cui si snoda il “Dibattito” non è certamente casuale: il Quattrocento può essere considerato, infatti, uno dei cantieri più fervidi ed operosi nella storia culturale dell’Occidente, la base del suo sviluppo e dell’attuale modernità. Il Quattrocento visto in una proiezione storica fu tutto un fervore di iniziative nei campi più diversi, all’interno dei quali non si può operare una distinzione netta tra umanisti e persone del Chiostro. La piccola e fragile Caterina da Bologna fece la fornaia, scrisse e miniò; portò carrette piene di materiale per ampliare il convento e sarebbe stato proprio lo sforzo fisico a provocarne la morte. Il lavoro all’interno del chiostro non era dunque un optional, ma una dimensione morale per meglio definirsi in mezzo agli uomini e di fronte a Dio. Ecco perché non avrebbe senso contrapporre semplicisticamente gli Umanisti ai Mendicanti facendone due blocchi incomunicabili.


L’Umanesimo? Nacque tra monaci e conventi
di Umberto Galimberti

La Repubblica 6 gennaio 1998, pag. 39

Rompere gli schemi con cui siamo soliti leggere la storia appoggiandoci alle facili contrapposizioni è compito del pensiero, e a questo compito si è dedicato con vera competenza ed intelligenza Remo L. Guidi con il suo libro “Il Dibattito sull’uomo nel Quattrocento” (Tielle Media, pagg. 1132, lire 120.000). E qui subito due osservazioni: perché i libri importanti e decisivi nella storia della cultura trovano ospitalità solo presso i piccoli editori di cui va lodato il coraggio, e non presso i grandi editori che ormai scambiano la storia con la cronaca e la cronaca con le curiosità discrete ed indiscrete di giornalisti più o meno noti? Perché studiosi come Remo L. Guidi, capace di offrire un’indagine sull’Umanesimo che può stare con grandissima dignità accanto agli studi umanistici di Giovanni Gentile e di Eugenio Garin non occupa una cattedra universitaria da cui dispensare questo suo sapere? Quando l’editore e l’università riprenderanno contatti con la cultura vera, abbandonando i comodi lidi delle suggestioni culturali?

Dunque l’umanesimo, che come ci informa Guidi, non nasce in contrapposizione al mondo cristiano, ma grazie a questo mondo e ad opera di questo mondo. Innanzitutto perché il patrimonio librario aveva nei conventi il luogo della sua custodia, e in secondo luogo perché da un millennio i conventi erano gli unici laboratori della cultura non solo teologica, ma anche umanistica e scientifica.

Che il cristianesimo dovesse approdare all’umanesimo era scritto nella cifra di questa religione che parla di incarnazione, ossia del farsi uomo da parte di Dio, che fonda un’etica che legge nell’amore per il prossimo l’amore per Dio. Dio diventa a questo punto una metafora dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e la celebrazione dell’uomo, creatura di Dio, è un’indiretta celebrazione del suo creatore. Non dunque discontinuità tra umanesimo e teologia medievale, ma sbocco della teologia cristiana a quel suo approdo che è l’uomo e la sua dignità.

Il recupero umanistico delle humanae litterae greche e latine non deve trarre in inganno e far sospettare contrapposizioni tra il classicismo degli umanisti “laici” e la difesa teologica dei “chierici”. Già ai suoi inizi il cristianesimo aveva assimilato Platone per amarsi filosoficamente contro la Gnosi, creando in questo modo un Platone cristiano e non greco, la cui eredità condiziona ancora oggi gran parte del pensiero filosofico. Nell’umanesimo avviene la stessa cosa e con più facilità, perché dopo 1.400 anni di cristianesimo, lo sguardo era troppo condizionato per non vedere nel mondo antico altro che le premesse e la preparazione dell’annuncio cristiano, che era poi l’annuncio della dignità dell’uomo, per cui all’epoca, ma anche dopo, dire “uomo” e dire “cristiano” era dire la stessa cosa.

Capita allora, come a più riprese ci mostra Remo L. Guidi nel suo documentatissimo saggio, di assistere alle posizioni degli ordini religiosi più avanzate speculativamente e laicamente più spregiudicate di quanto non siano le posizioni degli umanisti che, oltre alla ben nota pietà di molti di loro, erano talvolta più tradizionalisti dei religiosi. La cosa non deve stupire.

Essere laico non è una virtù e tanto meno un segno di rinnovamento. Essere laico significa solo attenersi, nel procedimento del pensiero, alle regole della pura ragione. Con queste regole si razionalizza l’esistente, lo si ripulisce di tutte le ipotesi irrazionali, ma non si inventa un granché. Per inventare occorre, infatti, gettare un abbozzo di senso al di là della sensatezza abituale, e a questo compito è più idoneo chi vive una dimensione escatologica del senso del tempo, come può essere un uomo di religione o

 

di ideologia, rispetto a chi vive una dimensione razionale-illuminista capace di approdare alla certificazione scientifica, ma molto meno all’ideazione scientifica.

Forse questo spiega perché l’umanesimo, dopo aver rifondato la dignità dell’uomo e mandato sullo sfondo Dio, prende ad eseguire il comando che, come si legge nel Genesi, Dio ha dato all’uomo di dominare la terra. Nasce la scienza come deriva teologica, dove il progetto scientifico è per intero iscritto nell’orizzonte religioso perché, lo dicono Galileo e Cartesio, la mente umana pensa se non quantitativamente, certo qualitativamente come la mente di Dio, e perché, come scrive Bacone: “In seguito al peccato originale, l’uomo decadde dal suo stato di innocenza e dal suo dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare almeno in parte, almeno in questa vita. La prima mediante la religione e la fede, la seconda mediante le tecniche e le scienze”.

In questo modo la scienza diventa una pratica di redenzione e così iscritta nell’orizzonte della salvezza, manda a effetto quel procursus dell’uomo indicato da Agostino, in cui è prefigurata l’idea di progresso. Di questa idea si alimenterà l’intera cultura occidentale anche se, nell’enfasi del progresso, tende a dimenticare che quest’idea non è altro che la forza secolarizzata e laicizzata dell’idea cristiana di redenzione.

Dal regno di Dio al regno dell’uomo non si passa quindi per effetto di una cesura, e tanto meno, come in ogni sua pagina ci documenta Remo L. Guidi, attraverso una contrapposizione tra umanisti innovatori e uomini di religione tradizionalisti, ma attraverso una continuità che coerentizza il cristianesimo con se stesso: se infatti Dio s’è fatto uomo cerchiamo nell’uomo e nelle sue pratiche il volto di Dio.

L’operazione è del tutto religiosa, il problema semmai è quello di vedere se il cristianesimo non contiene fin nel suo nucleo originario, ossia nell’incarnazione di Dio nell’uomo, il principio nascosto dell’ateismo.

Questa conclusione non la troviamo nel libro di Remo L. Guidi, ma è l’unica che può giustificare l’immensa documentazione che ci fornisce a favore della tesi che l’umanesimo è un evento cristiano, realizzato più dagli uomini di religione che dagli umanisti cosiddetti laici

 

L’ordine tra cielo e terra
di Ferruccio Mengaroni

Il Tempo 22 gennaio 1998, pag.15

Con il libro “Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento” (Tielle Media Editore, Roma 1998; fax 06/6796877, pagine 1131, lire 120.000) Remo L. Guidi porta a compimento, senza concluderli, gli studi sull’Umanesimo condotti da circa un trentennioe che si sono già espressi nella pubblicazione di molteplici lavori, dai tre volumi sugli “Aspetti religiosi nella letteratura del Quattrocento” (1974 – 1975), all’esame di “Cultura e vita nell’Età Umanistica” (1976), alla riflessione su “La morte nell’Età Umanistica” (1983), oltre ad una serie numerosa di articoli e interventi su diverse riviste di studi letterari, religiosi e umanistici.

Guidi riconosce “…nell’uomo il punto gravitazionale della riflessione avutasi nel secolo XV…” e, dal dibattito sviluppatosi tra gli Umanisti e gli Ordini monastici sul tema, svolge una ricerca globale sui significati, le implicazioni, le valenze sociali e politiche delle esperienze formatesi in un secolo fondativo della civiltà occidentale, nel contesto della situazione italiana, vale a dire nell’ambiente e nel tempo di germinazione del capitalismo.

Dall’analisi delle leggi di natura, del rapporto tra parola e pensiero, della “civilis disciplina”, dell’idea di Dio degli “studia humanitatis” e della definizione morale dell’uomo della vita nei chiostri e dei suoi malesseri, sino alla valutazione di figure eminenti dell’età umanistica come Lorenzo Valla, San Bernardino da Siena e Girolamo Savonarola, il lavoro è condotto sull’esame e il riscontro delle fonti originarie, direttamente riportate nelle note. In realtà la stessa menzione degli aspetti indicati potrebbe sembrare limitativa dello studio effettuato da Guidi, in quanto suggerente un confinamento, anche se ampio, dell’indagine agli stessi, mentre l’opera costituisce un’efficace sintesi storica di tutta l’esperienza umanistica.

Come si riscontra nelle rare opere di pensiero, risultato di amore disinteressato per lo studio e per la ricognizione della realtà storica, il libro di Guidi supera gli schemi tralatizi di una contrapposizione netta e incomunicabile tra uomini di Chiesa e Umanisti, divenuta banale e logora, inadatta a spiegare la complessità dei rapporti umani e sociali, e quindi la stessa realtà del Quattrocento. Infatti Guidi delinea le relazioni tra quei gruppi, come contrassegnate da un rapporto dialettico di osmosi e condizionamento reciproci, determinato dal contesto nel quale operavano, contesto del quale si rilevano gli elementi storicamente qualificanti, nel senso proprio dell’incipiente affermarsi di strutture capitalistiche, e, conseguentemente, delle autoleggittimanti aspirazioni umanistiche all’autonomia e all’individualismo. Tutto ciò è pervaso da una prosa che riflette la forte e limpida ispirazione etico-religiosa dell’autore, improntata da una riscattante considerazione della dignità e spiritualità umane.

L’esame, necessariamente cursorio in questa sede, dei contenuti del libro chiarirà il senso di quanto scritto.

Il libro si apre con riferimento agli aspetti più rilevanti del dibattito intercorso tra gli Umanisti e gli appartenenti agli Ordini monastici, in particolare i Mendicanti. Il dibattito alla considerazione delle leggi della natura, della parola come mezzo di elevazione o di perdizione, con l’inclusione del lavoro, del denaro e del tempo libero. Il significato di questi accenni è illuminato dalla comprensività dell’indagine, per cui, nel confronto tra Umanisti e Mendicanti, “gli stessi Umanisti che contribuirono a creare la leggenda di Firenze libera e luogo ideale per una vita eticamente sana, ebbero la consapevolezza dell’artificio retorico su cui basavano quelle pagine propagandistiche…

Tutti, poi, si resero conto che i termini jus e justitia, dovendo convivere con le mire espansionistiche della repubblica all’esterno, e le lotte per il predominio e il controllo della città all’interno … finivano per assumere delle valenze piuttosto originali sulla penna degli apologeti fiorentini”. È il contesto politico ad orientare lo studioso nella ricerca dei significati del dibattito, laddove “ … il discorso sull’autodeterminazione degli individui non era cosa da poco, né sarebbe rimasto a lungo materia di ripicche tra frati e governanti, o tema di innocui esercizi retorici nelle accademie; in pratica la precarietà degli equilibri politici e il dibattito sorto attorno al potere dei pontefici crearono ampie zone franche, dentro le quali crebbe uno spirito indocile e pugnace, che … rivendicò spazi sempre più larghi alle iniziative individuali, sottraendole alla disciplina del gruppo”. Quindi il complesso rapporto dialettico sviluppatosi tra Umanisti e Mendicanti deve comprendersi nell’ambito di tale contesto, in un’epoca nella quale l’emergente ordine economico-sociale mutava gli assetti consolidati, promuovendo la nascita di un potere politico civile conducivo all’affermazione dell’iniziativa individuale, nel ridimensionamento del potere ecclesiastico. E risulta persuasivo pensare che furono queste condizioni a rendere possibile l’opera di Lorenzo Valla sulla Professione dei Religiosi e sulla donazione di Costantino, dimostrante la falsità documentale con la quale si era giustificato, per oltre un millennio, il potere temporale dei papi.

Che l’affermarsi dell’Umanesimo sia interpretabile anche come conseguenza e fattore al tempo stesso della formazione della nuova realtà si ritrova nella puntuale individuazione degli elementi della morale umanistica, per cui “ … la cifra morale dell’uomo formatasi sempre nel rispetto (almeno esteriore) delle norme cristiane, avvertì l’urgenza di accogliere e perseguire contenuti e traguardi a forte valenza terrestre, tra cui la voluptas, la ricchezza e la gloria, come ineludibili e qualificanti esigenze del proprio prestigio”.

Pertanto il complesso rapporto dialettico di confronto tra Umanisti e Mendicanti, con riferimento alle humanae litterae, deve essere inteso non nel senso che furono le humanae litterae a determinarlo, ma in quello più ampio, secondo cui “… esse rimasero l’aspetto più appariscente di una concezione dell’esistenza con nuovi sbocchi: la polemica tra i due gruppi innescò e mantenne un rapporto dialettico non sulla base del nozionismo classico, ma sul modo di integrare o no la crescita morale degli individui con le adduzioni di contenuti diversi (e non sempre, o di necessità, in contrasto) ”. Il nuovo ordine, quindi, coinvolgeva anche la Chiesa, che, “… pur nel travaglio e nella crisi che l’affliggevano, stava ridefinendo i modelli del comportamento cristiano, quale primo passo in linea con una progettazione di inediti percorsi … scevri di simulazione, e di facile riscontro critico e, soprattutto, in armonica sintonia con le direttive emanate dal potere centrale”. Complessità del rapporto per cui convergenze e differenze si combinarono: se il culto dell’uomo libero e autonomo connotò la civiltà umanistica, e i religiosi assiduamente ripeterono che “… tra il cielo e la terra ci correvano stacchi incolmabili e, per essere figli di Dio, bisognava sradicarsi dall’intimo degli affetti per ogni programma mondano, non compatibile con l’insegnamento del potere costituito”, fu anche vero che gli Umanisti non furono “… un gregge inerte e passivo, disposto a ricevere il messaggio dei pastori senza discuterlo: con essi, insomma, si fiaccò l’annosa soggezione dei laici nei riguardi degli ecclesiastici, ai quali seppero affiancarsi in qualità di amici e di colleghi, divenendone, non di rado, gli autorevoli maestri”. In altre esperienze, come quelle nordeuropee, il diverso equilibrio dei rapporti di forza portò, nel XVI secolo, alla riforma luterana, con la prevalenza sul potere politico “civile”, prodotto dalla nuova classe emergente, rispetto al potere ecclesiastico, e la formazione delle chiese nazionali, subordinate al potere politico “civile”.

La ricchezza dell’approccio di Guidi allo studio dell’Umanesimo si esprime, tra gli altri, con particolare suggestione nell’esame della parola, con il risalto del contributo dei letterati, per i quali “… i vocaboli, anziché essere un involucro superfluo da recidere e proscrivere, andavano identificati con il corpo stesso del pensiero, rifiutando qualsiasi dicotomia tra le due facoltà della mente umana”, e il carattere discriminante che la considerazione della parola assunse tra i due gruppi. Con lo spunto offerto da tale tematica, la prospettiva si estende a valutare “… il rapido evolversi della società che nel commercio, nella politica e nel costume maturava una casistica di non facile e concorde valutazione morale…”.

Nella valutazione del lavoro, del denaro e della morale, la comparazione delle convergenze e delle differenze tra Umanisti ed Ecclesiastici presenta un quadro di incidenti significanti per la ricostruzione dell’età umanistica. E così “gli scrupoli protesi a far sì che il lavoro non incrementasse la ricchezza non proliferarono mai tra gli Umanisti, se non a livello teorico, … a differenza degli Ecclesiastici che professavano disprezzo per la ricchezza…”; come anche “… ci si chiede, e non a torto, come mai ci furono così pochi ecclesiastici capaci di comprendere che il numero straordinario di ricorrenze festive (a Milano se ne contarono ben 136 nel 1428) cui andavano a sommarsi vacanze di altro genere, sottraendo la gente al lavoro, avrebbe finito per ingigantire i problemi economici, mettendone a rischio la sopravvivenza”. Ma, allo stesso tempo, sono evidenziati il ruolo svolto dai mercanti anche ad obiettivo vantaggio dei chiostri, e il fatto che gli Umanisti e religiosi concordarono nel credere che il denaro acquistava le sue connotazioni etiche in rapporto all’uso fattone dagli uomini; così il motto di un grande mercante dell’epoca Marco Datini – “Nel nome di Dio e del guadagno” – e la necessità, avvertita da Umanisti e Mendicanti, di elaborare criteri adatti alla valutazione delle attività economiche emergenti, e, con essi, alla formulazione dei parametri giuridici di distinzione del lecito dall’illecito.

Dall’esame delle problematiche relative al lavoro nei giorni festivi, al tempo libero alla famiglia, l’indagine di Guidi si allarga a studiare la “civilis disciplina”, settore nel quale Umanisti e Mendicanti attribuirono allo Stato il compito di consentire all’uomo il raggiungimento della perfezione con il soccorso delle leggi, nelle quali si assomma ogni giustizia…”, e l’inizio di quel processo storico che giungerà a compimento alla fine del secolo XVIII con l’affermazione dello stato moderno e dello stato di diritto. E “le sintonie tra letterati e religiosi si mantennero nettissime quando entrambi i gruppi illustrarono gli scopi etici del vivere associato, poiché lo Stato, almeno in linea teorica, non aveva attinto la fosca consapevolezza del proprio ruolo egemone, di cui Niccolò Machiavelli si farà araldo”: era l’affermazione dell’associazionismo corporativo, del cui esempio si alimenterà la riflessione politico-sociale della Chiesa cattolica nel XIX secolo. Forse in nessun altro aspetto come in questo si rileva quel rapporto dialettico di derivazione-confronto, per cui “… gli Umanisti… postularono, quando non lo imposero, il riscontro con una dimensione religiosa, anche compatta e vincolante, come germe e lievito in ogni esperienza capace di preservare, integri nel tempo, i significati più nobili dell’individuo. In modo quasi istintivo, le teorie quattrocentesche sulla solidità dello Stato, sul buon governo, e così pure le immagini sublimate dei panegirici redatti per Firenze, Milano, Padova o Napoli, finivano per invadere il dominio religioso… soprattutto nelle occasioni in cui il popolo premeva perché lo Stato accentuasse la sua sintonia con un codice di leggi capace di accogliere, nel modo più largo possibile, l’ansia di giustizia e di progresso sociale utile a patrizi e plebei, e ascoltasse quanti sostenevano che il potere delle istituzioni non poteva crescere in contrasto con le esigenze etiche dei sudditi, e cioè del popolo”.

Il metodo di indagine di Guidi si sostanzia con lo stesso rigore critico-filologico ad esaminare il sostrato conflittuale nell’idea di Dio, gli “studia humanitatis” e la diversa definizione morale dell’uomo da questi indotta. Gli sconvolgimenti che il nuovo ordine andava comportando nell’ordinamento ecclesiastico sono resi con incisiva efficacia nello studio del malessere sociale affliggente la vita nei chiostri, con l’esame particolareggiato della situazione relativa ai Frati e alle Clarisse. Il riferimento a queste ultime costituisce anche l’occasione per una riflessione sulla donna del Quattrocento.

Lo studio si conclude con il riferimento a figure particolarmente eminenti dell’età umanistica, tra cui San Bernardino da Siena e Girolamo Savonarola. Il ritratto di quest’ultimo attesta ulteriormente l’autonomia di giudizio di Guidi, e, in ultima analisi, la sua rigorosità e onestà di studioso.

Il libro è corredato da un copiosissimo apparato di note, che offre riscontro documentale alle affermazioni e conclusioni dell’autore, contribuendo a rendere presente al lettore quasi la realtà viva del Quattrocento, ma a ridosso di una bibliografia e di uno spoglio archivistico al contempo amplissimo e molto selettivo, congiunto ad un metodo di indagine inflessibile per lindore geometrico dell’esposizione oggettività nelle interpretazioni.

Infine è da segnalare la curatissima edizione della Tielle Media Editore, che ha pubblicato uno dei pochi libri di cultura e di pensiero apparsi negli ultimi tempi, riuscendo a coniugare l’importanza del lavoro con la bellezza dell’edizione.


Nel quattrocento, per l’uomo
di Armando Torno

Il Sole 24 Ore 15 febbraio 1998

Una delle follie di questo secolo è senz’altro quella editoriale: si stampano e si diffondono capillarmente i libri inutili e non si distribuiscono le opere importanti. È il caso di un saggio mirabile sul Quattrocento da poco pubblicato da Tielle Media di Roma. Non l’abbiamo trovato in libreria, non ci è stato presentato da alcun ufficio stampa, eppure pensiamo sia uno dei più importanti studi su questo periodo che siano mai stati pubblicati negli ultimi decenni. L’autore è Remo L. Guidi. Al Quattrocento ha dedicato tutta la sua vita e questo saggio è il traguardo di tante ricerche, di un continuo studiare. Ma vediamo le cose con ordine.

Il libro si intitola “Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento”, secolo considerato “uno dei cantieri più fervidi e operosi della storia culturale dell’Occidente”. In esso non sono stati contrapposti semplicemente gli Umanisti ai Mendicanti, quasi fossero due blocchi incomunicabili, ma degli uni e degli altri si sono studiate – sovente andando controcorrente – le concezioni, le affinità, le eventuali distanze. Il saggio parte esaminando i punti caldi del dibattito: il lavoro, il denaro, le valutazioni morali, il tempo libero, la parola, eccetera. Si entra poi nel vivodella questione con il capitolo II, dove la civilis disciplina e la caritas sono accuratamente messe in controluce. Si arriva all’idea di Dio: essa, nota Guidi, “assunse lineamenti piuttosto duri e imperiosi, ad opera di maestri di spirito irriducibili”; ma è anche vero che per Marsilio Ficino “Iddio è sommo bene, fonte, principio e fin d’ogn’altro bene”.

Nel IV si ricorda a chiare lettere che il “formalismo vuoto e non i Mendicanti causò la fine dell’Umanesimo”; si passa quindi agli esempi, con Guarino Guarini ed Ermolao Barbaro, di moralità prodotti dall’Umanesimo. Poi ecco la vita nel chiostro e il malessere sociale che qui si alimentava (capitoli V e VI). Ci si sofferma con Lorenzo Valla sulla vita dei claustrali, con Poggio Bracciolini su una diversa concezione della virtù (il dissenso Sarteano). L’ultima parte è dedicata a uomini e simulacri: Giovanni Colombini, Bernardino da Siena, Girolamo Savonarola.

La rapida presentazione che abbiamo tentato, non dà certo l’idea di quanto sia ricco il testo, sterminata la bibliografia, infiniti gli spunti. Il Quattrocento osservato da questa angolatura ci appare un secolo permeato di cultura straordinaria, percorso da giganti dell’intelligenza. Forse anche l’ultimo tempo in cui l’Europa fu culturalmente unita. Poco dopo, con la Riforma, inizierà quel processo di smembramento che colpirà la medesima coscienza cristiana e, con essa, l’uomo occidentale erede del mondo classico.

Lo ripetiamo: il libro vale la pena cercarlo. Scritto con grande erudizione e con vera fede, è lavoro di una vita. Peccato che manchi dell’indice analitico. Ma è già un miracolo, almeno per noi, averlo potuto compulsare: opere siffatte sono sempre più rare. Il loro posto l’hanno occupato operette effimere.

 

Umanesimo, ecco le radici religiose
di Bianucci

La Stampa 25 febbraio 1998

L’Umanesimo è stato uno straordinario momento di incontro tra le due culture, quella filosofica e quella scientifica. Ed è stato anche forse l’unico momento storico nel quale l’Europa ha avuto una cultura davvero unitaria. Ma qual è l’humus nel quale l’umanesimo affonda le sue radici? L’idea generalmente diffusa è che questo humus sia essenzialmente laico, con forti collegamenti al tessuto economico e politico. Di qui a contrapporre la cultura del Medioevo, preservata nei monasteri, alla cultura dell’umanesimo, promossa nelle corti e nei palazzi dei mecenati, il passo è breve.

Un’altra tesi data per scontata è che la scienza moderna germogli appunto dal laicismo dell’umanesimo in contrapposizione alla superstizione e alla religiosità medioevale. Un volume di oltre mille pagine, frutto di trent’anni di ricerca negli archivi e nelle biblioteche di mezza Europa, rivoluziona questi luoghi comuni. In realtà, dimostra Remo L. Guidi, l’umanesimo, incluso quello a caratterizzazione scientifica, ebbe in ambito religioso un terreno di coltura altrettanto importante. E si apprendono, dal lavoro di Guidi, notizie poco note e talvoltainsospettate: il Ficino, profeta della rinascita del pensiero platonico, era un sacerdote e gran parte dei suoi sforzi furono diretti a mettere d’accordo Platone con Sant’Agostino; Leon Battista Alberti, grande architetto, fondatore degli studi di prospettiva, studioso di matematica e geometria, era diacono; una vocazione religiosa si annidava anche in Angelo Poliziano, per non parlare di Piccolomini, figura con la quale un esponente dell’umanesimo assurge al trono pontificio. Onore al piccolo editore Tielle Media che ha creduto in un’opera così impegnativa.


Umanesimo? Più che la corte poté il chiostro
di Pietro Sisto

La Gazzetta del Mezzogiorno 7 maggio 1998

Si è fatto sempre più intenso ed interessante, in quest’ultimi anni, il dibattito critico sull’Umanesimo e sul Rinascimento che continuano ad essere esaminati da studiosi di storia, filosofia, arte e letteratura attraverso prospettive diverse, se non addirittura divergenti. C’è, infatti, chi ha preferito sottolineare gli elementi di continuità, piuttosto che di frattura, fra Medioevo ed età rinascimentale, chi ha definito “inquieta” questa straordinaria stagione culturale ed artistica per la presenza significativa di studi ed interessi “eccentrici”, chi ha indagato i rapporti, spesso complessi e dialettici, tra centri e periferie, tra corti maggiori e corti minori, e chi soprattutto ha esaltato il carattere laico di quel movimento perché volto a rivendicare la dignità e l’autonomia dell’uomo nei confronti della natura e di Dio.

Ora c’è anche chi propone con stimolanti argomentazioni e con una notevolissima messe di documenti, editi ed inediti, una nuova ed originale visione dell’Umanesimo: si tratta di Remo L. Guidi che ha recentemente pubblicato per i tipi di una piccola e poco nota casa editrice un ponderoso volume di oltre mille pagine che sta suscitando tra gli “addetti ai lavori” grande interesse e curiosità: Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, (Tielle Media Editore, pagg. 1131, lire 120.000).

La tesi di fondo, che mette in discussione schemi ampiamente consolidati in gran parte della critica, è quella di un’origine e di una connotazione “religiosa” dell’Umanesimo, le cui radici – sostiene l’autore – sono da ricercarsi tra i chiostri e le celle dei conventi, tra i canti e i borbottii e le preghiere di frati questuanti piuttosto che tra le miserie e gli splendori delle corti, tra le opere e le testimonianze di artisti, musici, architetti e poeti assoldati da re, principi e signori.

Così attraverso la lettura diretta e attenta dei testi e con il supporto di un’ampia e aggiornata bibliografia, l’autore sottolinea che i protagonisti principali del dibattito quattrocentesco sull’uomo furono da un lato gli umanisti, dall’altro i religiosi e gli Ordini mendicanti che, in realtà, non costituirono “due categorie antitetiche”, quasi che i primi fossero i “rappresentanti del progresso e dell’ottimismo” e i secondi “l’incarnazione di programmi retrogradi”. Tra questi due mondi apparentemente così distanti- sostiene Guidi – ci furono rapporti dialetticamente significativi se è vero che i litterati contribuirono alla discussione e all’approfondimento ditemi religiosi e i claustrali alla diffusione di interessi tipicamente umanistici e se è altrettanto vero che tra gli umanisti si annoverano prelati, canonici e frati di ogni ordine, così come tra i laici non furono pochi coloro i quali vissero la propria religiosità con slanci almeno pari a quelli dei claustrali. E come diversi frati, beati e sante condannarono dai chiostri i vani piaceri della vita laica e del “mondaccio”, così lo stesso Marsilio Ficino, guidato dai principi della filosofia platonica, giunse a conclusioni per certi aspetti analoghe; e se gli umanisti, da parte loro, si fecero sempre paladini delle ragioni del corpo, della gloria, della ricchezza e della promozione sociale, tennero nello stesso tempo ad “essere e definirsi cristiani”, non disdegnarono il ricorso alla preghiera e quando condannarono l’ipocrisia, l’ignoranza e la simonia degli ecclesiastici lo fecero più per “stimoli autonomi”, dettati dall’effettiva crisi e degrado delle istituzioni conventuali, che da una vera e propria “pianificazione di gruppo” o da “accordi programmatici”.

E l’esame di una realtà culturale così complessa e contraddittoria non si ferma qui: all’esaltazione quasi ossessiva del silenzio da parte dei benedettini corrisponde, secondo

 

Guidi, l’esaltazione del dialogo, della parola e della retorica da parte degli Umanisti, ma anche, nello stesso tempo, il grande impegno dei Mendicanti nella predicazione; alla forte invettiva dei religiosi contro i facili guadagni fanno significativo riscontro la polemica di alcuni umanisti contro la “ricerca sconsiderata della ricchezza” e la loro netta presa di distanza dal mondo dei mercanti e del profitto. Non meno interessante, inoltre, è il contributo che laici ed ecclesiastici dettero al tema della giustizia sociale e dello Stato, inteso come una istituzione “etica” capace di assicurare la civile e armonica convivenza degli uomini.

L’autore esamina contatti e analogie, differenze e contrasti che uniscono e dividono laici ed ecclesiastici a proposito del concetto di virtù, di libertà e dignità dell’uomo, della liceità o meno degli studia humanitatis, che – ricorda Guidi – furono anche alla base di significative esperienze religiose: di una religione più autentica, comunque diversa da quella tradizionale, e di un Dio capace di incarnarsi, di farsi uomo e di diffondere un’etica incentrata sull’amore per il prossimo, per l’uomo visto come diretta immagine sulla terra del creatore.

Tutto questo viene minuziosamente ricostruito sulla sfondo della profonda crisi che attraversa la Chiesa del tempo e delle lotte che lacerano monache e frati, spesso pronti ad indossare il saio più per sfuggire ai pericoli e alle incertezze del secolo che per sincera vocazione e poi a passare da una famiglia monastica ad un’altra pur di conservare privilegi e tranquillità o a trasformarsi in pellegrini penitenti, pur di evadere dalle mura dei monasteri e dalla “clausura” delle regole.

Tra i pregi del libro non manca quello di dare spazio ad alcuni protagonisti dell’Umanesimo meridionale e pugliese: da Giovanni Pontano ad Antonio Ferrariis il Galateo, da Frà Luca a Frà Antonio da Bitonto, impegnati in sottili discussioni di carattere morale e teologico, a Roberto Caracciolo da Lecce, “istrionico”e facondo quaresimalista, severo fustigatore di qualsiasi forma di divertimento e lussuria, sempre pronto ad attribuire alla donna le arti più subdole del maligno e capace, per le non comuni doti di predicatore, di meritarsi l’attenzione di Masuccio Salernitano, Teofilo Folengo ed Erasmo da Rotterdam; così come le clarisse di Barletta riuscirono a meritarsi addirittura l’attenzione di Callisto III per la loro “ilarità sguaiata”che scandalizzava i fedeli del luogo, distraendoli dagli uffici religiosi.

Il libro, insomma, offre al lettore il grande e stimolante affresco di un’intera epoca, la ricostruzione mossa e vivace di una stagione culturale irripetibile, vissuta a metà strada tra il silenzio del chiostro e i clamori della vita civile e mercantile, proposta perciò nelle sue luci e nelle sue ombre, nella sua dimensione celeste e terrena, spirituale e carnale.

 

L’uomo del Quattrocento:Umanisti contro Mendicanti
di Paolo Querio

La Stampa – 7 maggio 1998

Il dibattito sull’uomo, uno dei motivi più suggestivi della cultura di ogni epoca, ha avuto un’impennata durante il Quattrocento italiano. Se ne fecero interpreti, ora scontrandosi ora viaggiando in sintonia, gli Umanisti (che erano l’ala, diremmo, laica), e i Mendicanti (portavoce dì una concezione essenzialmente religiosa). Oggetto del contendere: le finalità dell’uomo, la sua dignità, il suo rapporto con Dio. Il cammino dialettico fra le due anime della società italiana post-medievale trova una compiuta sintesi nel volume Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, di Remo L. Guidi.

L’autore completa, con quest’opera, una ricerca Specialistica sui rapporti fra Umanesimo e ordini monastici (e i Mendicanti in parti colare), iniziata a metà degli Anni 70. Supportati da una scrupolosa documentazione, i capitoli illlustrano via via le posizioni dl personaggi come Poggio Bracciolini, Leon Battista Alberti, Lorenzo Valla da un parte e di Sant'Antonino, San Bernardino da Siena e Girolamo Savonarola dall’altra, che si confrontarono in quel fervido cantiere culturale che era l’Italia (e soprattutto Firenze) del XV secolo.


 

Umanisti, la Riforma Mancata
di Roberto Righetto  

AVVENIRE – 31 MAGGIO 1998

A quando un mea culpa sull’Umanesimo?

L’Inquisizione e la tratta degli schiavi, Giordano Bruno e Lutero: sono numerose le questioni su cui la storiografia, sulla spinta della Chiesa, ha avviato un processo di revisione, ma la luminosa pagina dell’Umanesimo, quello cristiano in primo luogo, è anch’essa da rivisitare. Solitamente anche la filosofia della storia sorta in ambito cristiano, da Guardini e Berdjaev, ha visto il movimento culturale la cui nascita è attribuito a Petrarca come primo vagito del processo di secolarizzazione, di quel distacco dalla trascendenza che avrebbe sancito l’inizio della modernità e portato poi alla rivoluzione scientifica nel Seicento e a quella dei Lumi nel Settecento. Anche per il più importante studioso italiano del Quattro e Cinquecento, Eugenio Garin, l’Umanesimo rappresenta una nuova concezione del mondo, un distacco radicale dall’universo medievale. Ma non si è sufficientemente valutata la grande stagione dell’Umanesimo cristiano, quella di Pico della Mirandola prima e di Erasmo e Tommaso Moro poi: il tentativo di elaborare una sintesi fra Atene, Roma e Gerusalemme, di elevare la dignità dell’uomo facendogli guardare alla perfezione senza però scivolare nel desiderio d’onnipotenza.

La questione si riapre grazie ad un saggio dello studioso spagnolo Francisco Rico appena uscito da Einaudi col titolo Il sogno dell’Umanesimo (pagine 186, lire 32.000). Al termine della sua indagine egli prende atto con una certa amarezza del fallimento del progetto umanista ed erasmiano in particolare; l’idea della pace universale e della concordia fra i cristiani doveva lasciare il posto a decenni di guerre di religione. Ma Rico si spinge ben oltre questa ovvia presa d’atto: “A lungo termine – scrive – se ci sembra di poter ritrovare la religiosità di Erasmo in molte pagine scritte due secoli più tardi, non ci sfugge che le costanti etiche da lui perseguite come terreno d’incontro fra tutti gli uomini si coniugavano con quello spirito cristiano che il secolo dei Lumi si sarebbe ripromesso di estinguere”. L’esaltazione erasmiana dei valori umani si sarebbe insomma rilevata un boomerang e l’Umanesimo avrebbe condotte inevitabilmente al culto della Dea Ragione. Ma è davvero andata così? Alla luce della crisi della modernità e delle sue pretese totalizzanti, nonché della fine delle ideologie, forse non sarebbe male riabilitare il progetto di Erasmo. E con esso tutto l’Umanesimo.

Operazione tentata in un articolo di qualche anno fa sulla rivista Communio dal teologo ortodosso Oliviere Clément, per il quale il Rinascimento fu un inno alla bellezza e visse un’ebbrezza di libertà ma non di follia: sarebbe stato il potere clericale sulla cultura ad impedire un sintesi fra sacrae e humanae litterae. Per lo storico russo Leonid M. Batkin, di cui ricordiamo il volume Gli umanisti italiani (Laterza 1990) “la rivoluzione rinascimentale, che doveva portare poi alla futura civiltà moderna europea, si compì non solo malgrado il peso della tradizione medievale e le influenze della cultura letteraria e artistica antico cristiana, ma anche grazie a questo peso e a queste influenze”.Pure il grande storico belga Léon E. Halkin nei suoi studi (da Apologie pour l’humanisme chrétien de la Renaissance a Erasme parmi nous (quest’ultimo tradotto nell’ 89 da Laterza in italiano col titolo Erasmo), rimarca il profondo legame esistente fra il recupero dell’antichità classica e degli autori greci e latini da una parte e la tradizione cristiana dall’altra. Certo, c’erano le polemiche di Petrarca, Valle ed Erasmo stesso con la Scolastica, con la freddezza ed il rigore astratto dei suoi esponenti, ma tutto avveniva in nome di un ritorno alle origini, alle alla semplicità ed alla purezza dell’Evangelo, ad una religione dell’amore e non dell’obbligo. Così anche la filologia, prima arma degli umanisti, veniva applicata alla Bibbia anticipando i metodi moderni dell’esegesi.

 

Letteratura nei conventi

Non erano pochi i conventi in cui l’Umanesimo non era affatto malvisto: è il caso del monaco Luigi Marsili, la cui cella era frequentata da moltissimi giovani affascinanti dagli studia humanitatis. Come ha dimostrato un altro volume uscito qualche mese fa, Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento uscito da Tielle Media e scritto da Remo L. Guidi, nel ritorno agli Antichi non si celava una fiammata di neopaganesimo: ridurre umanisti e ordini mendicanti a due fazioni in guerra “serve solo a diffondere vecchi equivoci, oggi non più sostenibili: i primi non furono necessariamente degli innovatori con mentalità laica ed i secondi non vanno identificati con i tradizionalisti a oltranza, nemici giurati del progresso e delle humanae litterae”. E se sono innegabili le invettive di Savonarola e la differenza di Bernardino, è pur vero che recentemente si è riesplorata la figura del predicatore ucciso sul rogo 500 anni fa e si è sottolineato il suo positivo rapporto con l’intellighenzia di cui si circondava Lorenzo il Magnifico. Proprio Lorenzo, in punto di morte, convocò prima i suoi amici umanisti Pico e Poliziano, citando a memoria passi del Vangelo e degli autori latini, e poi il frate. Siamo nel 1492. Due anni dopo, sarebbe toccato a Poliziano ed a Pico della Mirandola, quest’ultimo proprio nel giorno dell’ingresso a Firenze di Carlo VIII. Nel 1498 moriva Savonarola, un anno dopo Marsilio Ficino. Una stagione pareva ormai morta, ma l’Umanesimo italiano aveva dato frutti in tutta Europa ed altri dovevano assumere l’eredità. Data al giugno del 1499 l’inizio dell’amicizia fra Desiderio Erasmo e Tommaso Moro. Il primo viaggiatore instancabile, era ancora un giovane letterato sconosciuto e si fermò alcuni giorni in Inghilterra ove conobbe il futuro cancelliere del re. Dieci anni dopo, Erasmo tornerà a soggiornare presso l’amico ed approfittando della sua ospitalità scriverà l’Elogio della follia, l’opera che più di tutte gli diede la fama. La societas christiana era già turbata da tensioni che avrebbero portato a gravissime lacerazioni politiche e religiose. Ma sia Moro che Erasmo proseguirono tenaci nel loro progetto umanista volendo disegnare un quadro di riferimento ideale che sapesse coniugare i nuovi valori emergenti nella società con l’insegnamento della chiesa. Entrambi pagarono questo tentativo, il primo con la vita rinunciando alle logiche del potere e restando fedele alla propria coscienza, il secondo con l’emarginazione, subendo l’isolamento da parte dei cattolici che dei protestanti, accusato dai primi di aver contribuito con le sue idee di riforma della Chiesa ad aver acceso la miccia di una ben più radicale Riforma, dai secondi di aver tradito i suoi ideali per viltà. Per Lutero Erasmo “esalava il lezzo di Epicuro” e i suoi amici Melantone e Zwuingli gli rimproveravano di non avere il coraggio di staccarsi da Roma. Egli però rifiutò sempre lo strappo: “Né la vita né la morte potranno staccarmi dalla Chiesa”. Inutile pensare a lui come ad “un cristiano senza Chiesa”. Studiava ed amava il mondo classico per meglio cantare le meraviglie di Dio e del creato, prediligeva il leitmotiv paolino dell’”uomo interiore” rispetto ad ogni formalismo, i suoi riferimenti primi erano i grandi Padri come Basilio, Agostino, Gerolamo e Cipriano. Quello di Erasmo poi era tutt’altro che irenismo: la sua richiesta al papato di tornare alla testimonianza evangelica, la sua preghiera affinché non si giungesse alla rottura totale con le istanze luterane scaturivano proprio dall’Umanesimo cristiano che l’animava. Umanesimo che si tramutava in sapienza profetica quando nelle sue opere denunciava la guerra che i popoli cristiani combattevano fra loro vedendovi lo zampino di Satana e condannava la tirannia dei principi cristiani sui loro sudditi. Libertà di coscienza, diritti dell’uomo, anelito alla pace avevano un dna cristiano.

Erasmo e Moro restano dunque il modello non di un qualunque umanesimo, ma di un cristianesimo che voleva essere totalmente e pienamente umano. Purtroppo sappiamo che l’eredità trasmessa all’età moderna non sarà questa ritrovata unità fra teologia ed espressività umana, ma l’accentuazione dell’autonomia dell’uomo da ogni riferimento trascendente: un’altra sintesi platonico – rinascimentale, quella di Bruno e Campanella, si rivelerà alla prova dei fatti vincente. Forse nonsarebbe male che la storiografia, sopratutto in casa cattolica, rivedesse certi schemi e rivalutasse quella pagina straordinaria che, sconfitta dallo scisma dalla reazione cattolica, avrebbe potuto evitare una lunga, secolare frattura tra fede e cultura.


Anche in convento nasce il mercante
di Renato Minore

Il Messaggero– 9 giugno 1998

L’editoria non smette di sorprenderci. Capita ogni giorno che i libri, anzi i non libri di stagione, vengano imposti con ogni strategia comunicativa. Ed ecco che, senza alcun clamore, in un quasi assoluto silenzio, da una piccola sigla editoriale, la Tielle Media, esce un ponderoso saggio di Remo L. Guidi. Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento (1.131 pagine, 120.000 lire) è destinato a restare una tappa comunque essenziale nel suo specifico campo conoscitivo, la ricerca di un’intera esistenza. Guidi è uno studioso evidentemente solitario e soprattutto isolato, escluso da giri accademici ed editoriali. Non ha “potere” né fa notizia, proteso com’è a fiutare incunaboli, convinto che solo così, nel sistematico drenaggio di ogni fonte, si raggiunga la conoscenza fuori dagli schemi precostituiti.

Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento è, innanzitutto, un memorabile campionario di erudizione, di quella erudizione per nulla autoreferenziale che copre ogni campo ed ogni possibilità congetturale. Scritti d’ogni tipo, lettere, testimonianze, testi letterari e apologetici inseguiti negli archivi di mezza Europa servono a delineare il quadro di un’epoca. Il lettore vi si avventura con sempre maggior diletto e crescente curiosità. E vivendo accanto alle vicissitudini, non solo di pensiero, di uomini che si chiamano Valla, Ficino, Savonarola. Tra tanta materia filologica, letteraria e religiosa, Guidi si muove perfettamente a suo agio, lasciando spazio alle fonti per una tesi molto circoscritta e straordinariamente documentata. A suo avviso è in qualche modo da rivedere l’idea che la cultura dell’umanesimo sia sostanzialmente una cultura laica con significative risonanze in campo economico e politico. Ad esse si contrappone quella ecclesiastica di derivazione medioevale e conservata quasi per inerzia, tra tanti sconvolgimenti, nei chiostri e nei monasteri, come una bandiera di segno opposto al vessillo che sventola nelle prime corti rinascimentali e tra mecenati attenti alla dimensione intellettuale e ludica del vivere civile. Tutto è più contaminato, con invasioni di campo e rovesciamenti strategici. Basta pensare a come gli umanisti valutino il modo di vita dei religiosi negli esempi dei francescani e delle clarisse, ordini che diventano interlocutori e talora obiettivi polemici di molti letterati, comeuna sorta di campione per verificare lo stato d’animo e il disagio delle comunità religiose. Guidi supera lo schema di una sostanziale contrapposizione tra Umanisti e uomini di Chiesa per approdare ad una più complessa valutazione dei rapporti sociali ed umani nel tessuto culturale quattrocentesco. Un secolo, quest’ultimo, che, nelle sue sfaccettature, appare straordinariamente ricco, illuminato da intellettuali che sono autentici fari per la comunità civile e religiosa. Muovendosi con grande dottrina tra le sue pieghe, anche negli episodi più dimenticati o nelle fessure del pensiero spesso inconfessate, Guidi dimostra come l’umanesimo ebbe in ambito religioso un terreno di cultura ugualmente importante. Di particolare significato l’analisi comparata tra le concezioni degli Umanisti e quella degli ordini religiosi, soprattutto i Mendicanti, su temi caldi che riguardano il tempo libero, la parola, il denaro…

Un rapporto assai complesso, in cui affiorano convergenze e differenze. Da

parte religiosa si ribadisce la concezione che, per essere figli di Dio, bisogna “sradicarsi dall’intimo gli affetti per ogni programma mondano non compatibile con l’insegnamento del potere”. Da parte “opposta”, gli Umanisti non sono un “gregge inerte e passivo disposto a ricevere il messaggio dei pastori senza discuterlo”. Figure come Ficino, sacerdote che vuole l’accordo di Platone con Sant’Agostino, Alberti, Piccolomini, sanno spezzare “l’annosa soggezione dei laici nei confronti degli ecclesiastici”. Sanno affiancarsi “in qualità di amici e colleghi, divenendone non di rado autorevoli maestri”. Da entrambe le parti si sente la necessità di avere criteri adeguati per valutare le attività economiche emergenti. Sono gli anni in cui un grande mercante, Marco Datini, ha un motto: “Nel nome di Dio e del guadagno”. E si avverte anche l’opportunità di formulare parametri giuridici più sicuri per distinguere il lecito dall’illecito. Piccoli prelievi da una mappa eccezionalmente ricca, tante voci che costituiscono la gran Voce di un secolo. Nelle pagine di Guidi, esso echeggia in tutte le sue speranze e le sue (anche corporali) utopie, nelle forme della sua organizzazione mentale e concettuale, nelle trafitture mistiche e nelle debolezze materiali. Più omogeneo, più unito di quanto non si pensi: di fatto l’ultimo secolo in cui l’intera Europa è percorsa da un autentico spirito di unità.

 

 

L’uomo moderno è nato nel chiostro
di Giulio Ferroni

Il Corriere della Sera 18 giugno 1998, pag. 33

La cultura dell’Umanesimo e di quello che viene chiamato Rinascimento ha definito una essenziale immagine dell’uomo, con una vasta riflessione sulla sua natura, sulle sue attribuzioni, sul suo comportamento, sul suo destino, sia nello spazio individuale e personale che in quello sociale e collettivo: nel ‘400 questa riflessione sembra mirare a modelli globali, a definire una figura umana “universale”, mentre nel corso del ‘500 si volge verso una più articolata codificazione, fissando norme più limitate e circostanziate, figure sociali più particolari (dal cortigiano al principe, al segretario, alla donna di corte, all’ecclesiastico).

Da quel vario dibattito, dalle sue strade tortuose e dalle sue svariate complicazioni, è sorto il “disciplinamento”, la razionalizzazione dei comportamenti, la creazione di uno spazio sociale condiviso: esito certo pieno di contraddizioni, ma base determinante della modernità illuministica, di quella razionalità “universale” che ha contribuito allo sviluppo “civile” dell’Occidente, ma che oggi è minacciato dall’insorgere di particolarismi e di eterogenee prospettive parziali e locali. Per questo gli studi più interessanti sul ‘400 e sul ‘500 oggi non sono quelli che mirano a ricostruire un presunto “uomo del Rinascimento”, ma quelli che seguono i molteplici sentieri di quel dibattito sull’uomo in rapporto con le esperienze, le abitudini, i punti di vista della vita quotidiana. Balzano perciò in evidenza da una parte le indagini sulle situazioni più concrete dei modi di esistenza e di sopravvivenza, e dall’altra quelle sui comportamenti del vivere e del morire, su di una linea che si può qualificare come “antropologica”.

L’ampio libro di Remo L. Guidi, Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento (Tielle Media Editore, pagg. 1131, lire 120.000), libro davvero “globale”, che raccoglie il frutto di lunghe ricerche, percorre i più vari momenti del dibattito sull’uomo nel secolo di solito qualificato come “umanistico”: e dà un contributo essenziale a quella prospettiva “antropologica”, anche per la sua particolare angolatura, che non si concentra soltanto sui letterati che collegavano l’affermazione della “dignità dell’uomo” allo studio e al culto dell’antico, ma segue il conflitto e l’intreccio tra il punto di vista “umanistico” e quello dei “maestri di spirito”, cioè dei maggiori esponenti della vita religiosa, padri spirituali e direttori di coscienza, che nella maggior parte dei casi appartennero agli ordini dei mendicanti.

Per chi è abituato ad avere una visione tutta “laica” dell’umanesimo, per chi subisce ancora la suggestione di una tradizione storiografica attenta soprattutto al punto di vista dei grandi scrittori e dei grandi intellettuali, questo libro può risultare addirittura sorprendente: ma credo proprio che la sorpresa sia salutare, dato che l’insieme del lavoro fa percepire quanto nella concreta vita del tempo fosse rilevante quella presenza dei religiosi, del loro pensiero, delle loro lezioni di morale e dicomportamento. Condizionati dal nostro punto di vista “moderno” siamo infatti soliti trascurare quanto fossero determinanti le forme rituali ed istituzionali del Cristianesimo, della cultura dei conventi e delle chiese: e se comunque ormai da tempo si suole fare attenzione ai legami che gli umanisti ebbero con le istituzioni ecclesiastiche e al cosiddetto “umanesimo cristiano”, non si percepisce ancora sufficientemente quanto anche le elaborazioni più nuove ed avanzate, anche le soluzioni che a noi possono apparire più eterodosse e “rivoluzionarie”, sorgessero allora da un dialogo serrato con la tradizione religiosa e con quei “maestri dello spirito” che ne riproponevano i termini, ne rinnovavano la presenza. Fitto e minuto, spesso legato a situazioni concrete e a contesti

 

particolari, quel dibattito sull’uomo ricavava il suo vigore proprio dall’incontro e dallo scontro tra i rappresentanti della vita religiosa e i letterati cultori dell’antico: la stessa apertura verso la possibilità di una vita più libera non più chiusa nei sentieri segnati dal dogma, lo stesso nuovo definirsi della presenza dell’individuo nel mondo, si svolgevano da quell’incontro-scontro, entro una vita sociale che non aveva nulla a che fare con gli “splendori” immaginati da una storiografia di maniera, ma era disintegrata, conflittuale, in preda al caos, diffuso non solo nelle campagne e nelle città, ma entro gli stessi chiostri.

Guidi tocca numerosissimi temi, attingendo sia ai testi più studiati che a tanti scritti trascurati o sconosciuti, a documenti, lettere, prediche del genere più diverso: ne sorgono molteplici squarci sulla cultura quotidiana, sulle diverse valutazioni dei comportamenti, dei più vari ambiti della vita umana, dall’impegno nella vita civile e amministrativa, alla denuncia della corruzione, all’impiego del tempo libero, ecc. Legato direttamente ad un’ottica cattolica, l’autore dedica più ampio spazio proprio al punto di vista dei religiosi, alle difficoltà e ai contrasti interni alla loro vita, anche nei suoi aspetti quotidiani (di grandissimo interesse tutto il capitolo dedicato al malessere sociale del chiostro); e il libro si conclude con tre ampi capitoli dedicati a tre importanti esponenti della vita religiosa, il fondatore dell’ordine dei Gesuiti Giovanni Colombini, il francescano Bernardino da Siena e il dominicano Girolamo Savonarola, col proposito di “cogliere la percezione che i tre ebbero della propria presenza nella loro epoca”, di toccare direttamente il loro contributo ad una complessa e contraddittoria immagine dell’uomo.


I roghi dell’Umanesimo
di Paola Springhetti

Avvenire–27 agosto 1998

Costato 18 anni di studio e 7 volumi di preparazione, Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento di Remo L. Guidi ha ottenuto un successo forse insperato risvegliando il dibattito sulle origini medioevali e cristiane dell’umanesimo. Edito da Tielle Media (tel. 06/6792813), un piccolo editore romano deciso a mettere sul mercato solo testi di alta qualità e di rigore scientifico, il volume nonostante le 1.131 pagine e il costo (120.000 lire), si è così meritato la seconda edizione, che è in preparazione ed uscirà arricchita di altri indici.

Uno dei pezzi forti della nuova edizione sarà un capitolo che affronterà i problemi della storiografia agiografica. Il volume è infatti sigillato da una parte dedicata a tre personaggi: Giovanni Colombini, Bernardino da Siena e Girolamo Savonarola. “Questi tre personaggi sono stati storicizzati – spiega Guidi -, ma erano talmente grandi che coloro i quali ci si avvicinavano non avevano l’attrezzatura tecnica per poterli capire, e spesso gli agiografi si sono sostituiti ai protagonisti, e hanno prestato loro i propri convincimenti andando incontro al plagio delle coscienze”.

Vale anche per Savonarola?

“Se lo avessimo conosciuto, probabilmente non avremmo dovuto aspettare tanto tempo per avere l’edizione nazionale delle sue opere. E d’altra parte il volere, oggi, farlo santo significa non capire certi aspetti di questo personaggio inquietante. Quest’uomo che si è scagliato contro la cultura dei laici in maniera feroce, forse aveva accolto su di sé dell’Umanesimo i lati meno nobili: il senso del protagonismo, la volontà di creare di continuo il proprio mito, la pervicacia con cui si è battuto contro tutti e contro tutto. A Firenze Savonarola fece, di fatto, il dittatore: quando le donne portavano a passeggio i figli attaccati alle gonne e leggevano i salmi penitenziari… beh, questo significa essere un Khomeini importato a Firenze. Tragicamente quest’uomo sigilla un’età inquieta: questo secolo si apre con dei roghi, tra cui quello di Girolamo di Praga, e il bagliore di sangue che corre su Firenze è il segno di un uomo che non sapevano più come gestire, né a Roma né a Firenze”.

Ma in questo modo non si rischia di dare ragione a quegli studiosi che, scontro tra gli umanisti e il mondo della Chiesa di allora, hanno scelto in prevalenza i primi?

“Gli umanisti erano continuamente alla ricerca di un confronto, e spesso litigavano con gli altri. Ma non era un litigio gratuito: era piuttosto quello tipico di chi va a caccia di certezze e si pone nella posizione di poter celebrare la propria autonomia, nasceva insomma da un’urgenza di chiarificazione. E siccome muovevano dall’antichità, i testi dell’antichità erano incredibilmente corrotti, succedeva che ogni volta che un manoscritto antico veniva alla ribalta, faceva cadere certezze su cui avevano lavorato tantissimo. Allora ecco il travaglio della ricerca di codici, ecco la frequentazione delle biblioteche, che erano in mano ai frati e ai monaci. Questo è un elemento da non sottovalutare: i monaci che avevano tramandato il sapere non potevano averlo tradito. E d’altra parte gli umanisti che lavoravano nella curia, che erano ospiti dei cardinali, non potevano essere degli atei; loro che andavano ai Concili e davano voce ai Papi non potevano non risentire delle tematiche di cui si facevano portavoce. E allora se è vero che i frati erano nemici della cultura, perché Boccaccio quando morì lasciò i suoi codici al Santo Spirito? Perché Niccolò Miccoli consegnò i suoi 800 e più codici alla biblioteca di San Marco dei Domenicani?”.

Forse anche perché non c’erano alternative.

“Perché erano gli unici che stabilivano un continuum tra il mondo moderno e il Medioevo, visto che il Medioevo è molto più presente nel Rinascimento di quello che volgarmente si dice. C’è un altro dato di fatto: la critica ha parlato sempre per categorie, mai di uomini. Ma quando pensiamo alle costruzioni del sapere della Scolastica, ci accorgiamo che questa gente era andata ben oltre quello che gli stessi umanisti fecero”.

Però gli ordini erano divisi al loro interno, la Chiesa era quasi al collasso.

“Tra scismi, antipapi, scissioni all’interno degli ordini dei mendicanti, la Chiesa sembrava davvero sull’orlo del collasso. Gli ordini mendicanti poi si trovavano allo sfascio completo, e queste cose le documentano essi stessi, soprattutto i francescani che, con un’onestà che può essere più facilmente invidiata che riprodotta, hanno stampato le bolle papali da cui emergono lo sconcerto, la lotta, addirittura dei conflitti a sangue”.

Questi conflitti non riguardavano soltanto la vita religiosa, ma anche la cultura…

“…e il modo di intendere il mondo. C’era in essi anche un assillo di carattere umanistico: come gli umanisti volevano ritornare ai codici primigeni, questa gente voleva ritornare alla pratica della regola come i santi l’avevano dettata. È all’interno di questa dialettica che è nato l’umanesimo, che ha tenuto a battesimo la civiltà contemporanea: il ritorno alla centralità dell’uomo era il ritorno alla cerniera che consentiva ogni movimento, ma comportava il recupero di una visione di Dio, a volte combattuta, a volte persa, a volte ritrovata, all’interno delle epidemie che devastavano la città”.

 

 

“L’uomo nel ’400” Remo Guidi fa il bis 

IL MESSAGGERO 23 Novembre 1998

Alle 18, nell’aula magna nel Collegio S. Giuseppe, a piazza di Spagna presentazione della seconda edizione di “Il dibattito dell’uomo nel Quattrocento” di Remo L. Guidi. Un volume molto ricco delle analisi e nella documentazione la cui prima edizione è andata esaurita in cinque mesi.


 

 

 

Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento

Corriere dello Sport 6 DICEMBRE 1998

Collanapagg. 1284 – Lit. 160.000

Indagini e Volume rilegato in cartonato

Dibattiticon sovracopertina a colori.

 

 

Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento è l’opera più documentata e rigorosa che oggi si possieda sull’Umanesimo, il cui nucleo è costituito dal confronto Umanisti – Mendicanti per un ripensamento, su base critica, dell’uomo e di quanto lo concerne. Nel quadro avvincente di questa ricostruzione, trovano posto insospettate aperture sulla nostra realtà contemporanea, sicché al fianco dei temi politici ed economici, dell’indagini sull’idea di Dio e sulla vita nei conventi, o sulle manipolazioni della santità, non mancano quelle penetranti sull’uso del tempo libero, con le valutazioni sul ballo, la caccia, la pesca, le attività fisiche, i rapporti sociali. Il tutto è ricostruito su una bibliografia e su carte d’archivio straripanti, che danno al Dibattito il rigore di un’opera destinata ad essere un punto obbligato di riferimento per gli storici e per ogni disciplina legata al Rinascimento. La seconda edizione del Dibattito (la prima è andata esaurita in meno di un anno) si avvale di due nuovi capitoli e di quattro indici (archivi, manoscritti, incunaboli e nomi). L’opera è stata presentata alla stampa e agli studiosi lunedì 23 novembre nell’Aula Magna del Collegio San Giuseppe. Ai microfoni Giulio Ferroni (ordinario di storia e letteratura italiana alla Sapienza), Franco Meschini (dell’Enciclopedia Italiana), Marino Damiata (direttore di Studi Francescani, Firenze). Francesco Sicilia (direttore generale per i beni librari e l’editoria) ha salutato i convenuti. Coordinatore Renato Minore (Messaggero).

 

TIELLE MEDIA00187 Roma – Via San Claudio, 69

EditoreTel. 06/6792813 – Fax 06/6796877

 

L’Umanesimo che ci interessa
di Umberto Galimberti 

La Repubblica – 27 dicembre 1998

Giusto di questi giorni, un anno fa, usciva un libro di Remo L. Guidi, che aveva per titolo Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, dove per 1132 pagine di grande formato, si discuteva e si dimostrava, attraverso un’analisi documentatissima dei manoscritti, degli incunaboli e delle fonti reperite nell’archivio segreto vaticano, che l’Umanesimo non nasce in contrapposizione al mondo cristiano, ma grazie a questo mondo e ad opera di questo mondo. E questo non solo perché il patrimonio librario aveva nei conventi il luogo della sua custodia, ma anche perché da un millennio i conventi erano gli unici laboratori della cultura non solo teologica, ma anche umanistica e scientifica. Che il cristianesimo dovesse approdare all’umanesimo era scritto nella cifra di questa religione che parla di incarnazione, ossia del farsi uomo da parte di Dio, che fonda un’etica che legge nell’amore per l’uomo l’amore per Dio. Dio diventa a questo punto una metafora dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e la celebrazione dell’uomo, creatura di Dio, è un’indiretta celebrazione del suo creatore. Non dunque discontinuità tra umanesimo e teologia medievale, ma sbocco della teologia cristiana a quel suo approdo che è l’uomo e la sua dignità.

L’argomento del libro, la sua estensione, ela qualità scientifica della trattazione, nonché le piccole dimensioni della casa editrice che l’aveva pubblicato rendevano questo libro poco appetibile alle pagine culturali dei giornali, invitate con sempre maggior insistenza a occuparsi di quegli argomenti che zavorrano la cultura, confondendola con gli spettacoli, le polemiche, le curiosità da camera da letto, nella falsa supposizione che i lettori siano interessati più a queste cose che al sapere, quando questo si offre nel suo rigore e nella sua alta qualità.

Non ho avuto difficoltà ad accostare questo immenso studio di Remo L. Guidi agli studi analoghi condotti sull’Umanesimo da Giovanni Gentile e da Eugenio Garin, convinto com’ero che questa ricerca avrebbe costituito una pietra miliare da cui nessuno che si fosse occupato di umanesimo, cioè di quella stagione in cui l’uomo sembra prendere congedo da Dio, avrebbe potuto prescindere.

Repubblica lo accolse nelle sue pagine culturali e da allora la redazione di D la Repubblica delle Donne fu tempestata da fax e da lettere in cui si chiedeva l’indirizzo della casa editrice che aveva pubblicato il libro, perché i librai dicevano di non conoscerla, mandando delusi dei lettori intelligenti che ancora non hanno confuso la cultura con il cinema e lo spettacolo, nonostante i numerosi inviti dell’allora ministro della Cultura Walter Veltroni che a questa confusione ogni giorno invitava.

Siamo ad un anno dalla prima edizione e il libro, nonostante l’argomento, il numero delle sue pagine e il prezzo, è andato esaurito. Oggi la seconda edizione si presenta con duecento pagine in più, e un corredo di indici (delle fonti, degli incunaboli, dei manoscritti, dei nomi, dei riferimenti all’archivio segreto vaticano) che rendono più agile la lettura e la consultazione. L’editore, di cui qui diamo l’indirizzo per esteso è Tielle Media (Via S. Claudio, 69, Roma, tel. 06/6792813, fax 06/6796877).

Perché questo «accanimento pubblicitario»? Innanzitutto per segnalare che ci sono ancora numerosi lettori seri e curiosi che amano la lettura impegnata senza concessioni e ammiccamenti, e male fanno i giornali a trascurare questa fetta di lettori che poi coincidono con l’espressione più alta della cultura (questa volta in senso antropologico) di un paese.

Collocandosi infatti tra il mondo editoriale, il mondo librario e il mondo dei lettori che vogliono «sapere» e no «intrattenersi», un livello alto e coraggioso delle pagine culturali potrebbe favorire una riduzione da parte dell’editoria di libri che, per contenuto e qualità, sono da macerare prima ancora di essere pubblicati, una maggiore attenzione e selezione da parte dei librai delle pubblicazioni da esporre sui banchi delle loro librerie, e un ottimo servizio ai lettori che sarebbero così invitati a scegliere tra merce buona e non tra cascame editoriale.

È questo un lavoro che non possono svolgere le Accademie perché la loro cultura è troppo specializzata, e neppure la televisione, limitata com’è dal suo strumento che è la passività dell’immagine, ma il giornale si, perché, avendo in comune con il libro lo strumento della scrittura, è in grado di rivolgersi a quanti ancora sono capaci di pensiero e di riflessione, che sono poi le due chance che un paese ha di sollevare se stesso in termini di cultura collettiva e di etica.

Il fatto che Repubblica abbia segnalato a suo tempo il libro di Remo L. Guidi, Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento, è stato un ottimo servizio, e il successo avuto dal libro, che con l’andazzo attuale delle pagine culturali dei quotidiani rientrerebbe nei libri improponibili per una recensione, un segno che la cultura, quando è seria, paga non solo in ordine alla diffusione delle idee, ma anche in termini puramente finanziari.

 

Il buon governo nacque nei chiostri
di Romano Tripodi

Il Giornale d’Italia– 24/25 gennaio 1999, pag. 8

In un paese che sembra avere dimenticato di essere stato la culla della civiltà occidentale con le istituzioni impegnate esclusivamente a sovvenzionare amici ed amici degli amici per iniziative di basso profilo fare Cultura è impresa a dir poco titanica. Chi tenta di andare contro corrente, di contrapporre alla tv-spazzatura, ad un cinema che, tranne poche eccezioni, continuano a proporre storie sempre più becere, attori o presunti, si trova le porte automaticamente sbarrate ed ha di fronte un’unica alternativa: ammainare bandiera oppure rimboccarsi le maniche, procedere con le proprie forze nella speranza che la dignità e la serietà dell’impegno, l’ostinazione decennale alla fine siano ripagate non già da quelle Istituzioni in tutt’altre faccende affaccendate, bensì dalla risposta della critica e soprattutto di quella del pubblico cui la parola cultura non va di traverso.

Una sfida coraggiosa, ma che può essere vinta. A dimostrarlo è il successo conseguito da una delle opere più complete ed analitiche che siano mai state scritte sull’Umanesimo. «Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento», di Remo L. Guidi. Pubblicato un anno fa per i tipi della piccola casa editrice Tielle Media (Via S. Claudio, 69 – Roma, Tel. 06/6792813) il volume, ricco di oltre 1300 pagine, esce in questi giorni nella seconda edizione aggiornata e completata da documenti rarissimi perché gelosamente custoditi sino a ieri negli Archivi del Vaticano.

Un successo editoriale che è andato al di là delle previsioni, ma che si spiega con il desiderio di Cultura che ancora alberga in molti di noi. Ma ad affascinare è anche l’argomento. Il libro di Remo L. Guidi che fa giustizia di tanti luoghi comuni in realtà ci riporta alle origini della società moderna e quindi alle nostre radici.

Come sappiamo l’Umanesimo ha costituito uno straordinario momento di incontro tra le due culture, quella filosofico-letteraria e quella scientifica. L’idea generale ha voluto che l’humus nel quale l’umanesimo abbia fondato le sue radici sia stato essenzialmente laico con forti collegamenti al mondo economico e politico, in altre parole al Palazzo. Di qui la contrapposizione tra la cultura del Medioevo nata nei monasteri e la cultura dell’Umanesimo promossa nelle corti dei mecenati e nei palazzi dei governanti. Ebbene l’opera di Remo L. Guidi, frutto di trent’anni di studi e ricerche compiute negli archivi delle biblioteche di mezza Europa, fa giustizia sommaria di questi luoghi comuni e ci dice che l’Umanesimo, compreso quello con connotati scientifici, ebbe nei chiostrie nei monasteri, e quindi nel mondo religioso, un terreno di cultura altrettanto fecondo.

Un’opera globale che dà un contributo decisamente notevole all’aspetto «antropologico» del dibattito sull’uomo nel Quattrocento. Diviso in otto capitoli che affrontano altrettante tematiche tra esse legate il libro, legato ad un’ottica cattolica, ma non per questo di parte, affronta per la prima volta, senza falsi pudori, e con coscienza di storico, il malessere sociale nel chiostro e si conclude con tre capitoli dedicati a tre importanti esponenti della comunità religiosa: Giovanni Colombini, fondatore dell’ordine dei Gesuiti; il francescano Bernardino da Siena e il dominicano Girolamo Savonarola.

L’originalità del «Dibattito» e soprattutto la sua importanza storica è data dal fatto che esso viene a ricoprire l’intero arco umanistico. Insieme ai contributi dei «litterati» fiorentini l’opera di Remo L. Guidi si avvale degli apporti di quanti operarono a Milano, Parma, Venezia, Padova, Ferrara, Roma e Napoli.

Il libro che si apre con gli aspetti salienti del dibattito fra Umanisti ed ordini monastici (in particolare i Mendicanti) prosegue con un capitolo dedicato alla espressione religiosa nella vita sociale con particolare risalto al ruolo del pontefice nell’intrigo sociale.

E a proposito di Savonarola, questi, secondo Guidi, rimane una personalità complessa, per certi sensi inquietante.

«Quest’uomo che si è scagliato in maniera feroce contro la cultura dei laici, forse aveva assimilato dell’Umanesimo i lati meno nobili: il senso del protagonismo, la volontà di alimentare continuamente il proprio mito, la pervicacia nel battersi contro tutto e contro tutti. A Firenze, Savonarola, fece di fatto il dittatore…».

 


 

Le «facezie» dell’Umanista
di Giorgio Patrizi

Un libro di Remo L. Guidi sull’uomo del Quattrocento

L’UNITA’ 28 MARZO 2000

L’immagine profondamente laica dell’Umanesimo italiano, della riflessione, che esso propose, sui caratteri e sui destini della condizione umana fondata su una visione immanente del mondo e dell’esistenza, è legata ad una tradizione culturale che riunisce mondo antico e mondo moderno, nella prospettiva di un’attenzione ai valori civili ed etici prima ancora che estetici. Ma è una visione dell’Umanesimo questa, pur storicamente fondata, che merita di essere ripercorsa con nuove chiavi interpretative.

Come per tante altre epoche storiche: ma in questo caso, con un’attenzione particolare al valore fondativo, per la civiltà italiana da cui nascono anche i nostri tempi, del dibattito non soltanto tra vecchio e nuovo, tra classico e moderno, ma anche tra laico e religioso, tra mondano e trascendente. Remo – a cui dobbiamo altri importanti studi sulla cultura di quell’epoca («Aspetti religiosi nella letteratura del quattrocento», 1975; «La morte nell’età umanistica», 1983) – rivisita i dibattiti quattrocenteschi, attento alla duplice prospettiva, di cui si diceva: il suo monumentale studio, «Il dibattito sull’uomo nel Quattrocento», offre un contributo fondamentale per definire i rapporti tra pensiero religioso e pensiero laico, i conflitti e le reciproche influenze, attorno alla definizione di un’idea di uomo che emerge così con maggiori sfaccettature, contraddizioni, drammaticità. Da un lato gli Umanisti: letterati, artisti, eruditi, filosofi dediti a speculare sulla condizione mondana dell’individuo e sui fondamenti etici di tale condizione. Dall’altro, i padri spirituali, uomini di convento e di chiesa, formatisi nella pratica di fede e di pietà dei Mendicanti e dell’ala più rigorosa degli Osservanti. La contrapposizione classica tra le due visioni e filosofie di vita – ma anche tra i linguaggi e le opzioni culturali delle due parti – si fondava su una visione sostanzialmente ideologica delle differenti posizioni, con il privilegio ora della libertà e della originalità del pensiero dei letterati contro i pregiudizi dogmatici e oscurantisti dei conventuali, ora della ricerca di spiritualità e delle testimonianze di carità di questi rispetto agli equivoci neopagani di una laicità superficiale, alla ricerca di miti consolatori. Merito di Guidi – oltre a mettere a disposizione del lettore un numero sterminato di testi, è quello di muovere dall’esigenza di una ridefinizione del ruolo avuto dalla cultura devota nel dibattito umanistico per approdare ad una equilibrata rassegna delle posizioni dei due campi; campi non certo avvicinabili, ma da mettere in rapporto dialettico con valori, giudizi, prospettive che slittano da un versante all’altro, ora promossi dalla cultura dei conventi, ora da quella delle corti e delle Università. Alcuni esempi: la cura del corpo, patrimonio della cultura laica, ma valore non immune dalla benefica influenza che l’idea della Redenzione e dell’Incarnazione avevano avuto sull’accettazione della fisicità umana; il confronto tra parola e silenzio, come momenti ugualmente fondanti, ma in termini opposti, la dimensione sociale dell’individuo. Se il silenzio, secondo una tradizione antichissima, recuperata anche da pedagoghi laici moderni, era contrapposto alla vana «loquacità» mondana, la parola – esaltata dagli Umanisti come uno degli strumenti più nobili con cui si esplica l’attività dell’uomo – rientrava nella prospettiva religiosa come strumento di edificazione e di insegnamento. In entrambi i fronti, la cura rivolta al miglior uso possibile della parola, spingeva al rifiuto dei suoi usi degradati.

O ancora, il valore del lavoro: se i conventuali tradizionalmente rifiutavano il lavoro retribuito, per recuperarne solo le «frange virtuose correlabili, con naturalezza, a quell’idea di servizio, e dunque di carità, implicita nel concetto di professione», è ben viva, sia sul fronte laico che sull’opposto, la condanna dell’accidia e dell’inoperosità; la pratica di attività che sviluppavano redditi, in certi ambiti conventuali, era abitudine perfettamente inserita nelle pratiche di fede. Ed ancora in altri campi: la pratica del sociale, a cui erano votati con passione civile e intellettuale gli Umanisti, trovava eco nella pratica della carità dei conventuali ed ugualmente, in campo politico, la violenza e gli arbitrii che contrassegnavano la vita politica erano oggetto di denuncie convergenti che venivano tanto dai laici quanto dai religiosi.

Lo scenario che Guidi ricostruisce meticolosamente – in un concerto di voci ora armoniose ora dissonanti – ripropone puntualmente grandi e piccoli momenti della vita quotidiana, non solo i complessi problemi di cui si è detto, ma anche esperienze minori in cui spinte alla libertà individuale e osservanza della norma che scaturisce dal dettato della fede si contraddicono e si mescolano. Un vissuto che non si coglie nei testi speculativi, ribolle da testimonianze o da un vivacissima letteratura, quale ad esempio quella delle «facezie», genere minore che testimonia perfettamente gli umori popolari, giustamente indagato dall’autore come un sicuro punto di riferimento. In altri casi si scava nelle biografie di personaggi centrali in questo dibattito – da Poggio Bracciolini a Leonardo Valla, da Bernardino da Siena a Girolamo Savonarola – per trovare la cifra reale della loro opera, i modi in cui questa coglie le dinamiche della realtà, alla ricerca di valori autentici, verso cui spinge a volte la fede, a volte la cultura: se entrambe, fede e cultura, non si arroccano in dogmatiche difese di campo.

Si tratta insomma di un’opera fondamentale per comprendere fino in fondo, fuori da ogni stereotipo, ma piuttosto da un osservatorio privilegiato quale quello del dibattito sull’uomo, come l’Umanesimo fece da filtro tra le tradizioni antiche delle culture classiche e di quelle cristiane e l’esigenza attualissima di una riflessione che desse la chiave per cogliere il senso di un’epoca di passaggio; la profonda trasformazione di un mondo in cerca di maggiore libertà ed autenticità, ma incapace, per ottenere queste, di abbandonare il rigore morale e intellettuale. La Chiesa non fu all’opposizione, in questa battaglia: almeno non tutta la Chiesa, quella che non riteneva che le sorti dell’individuo fossero soltanto quelle di un dannato in transito sulla terra, ma di un uomo creato a immagine divina.

 

 

POLEMICA 

Savonarol dittatore? Lo svarione dello storico 

TITO SANTE CENTI

Avvenire 30/08/1998

Col titolo sensazionale «I roghi dell'Umanesimo è comparsa l'altro giorno su “Avvenire” un 'intervista a Remo L. Guidi, autore dell’ opera “Dibattito sull'uomo nel Quattrocento”. Fra le varie sue affermazioni, attira l'attenzione un giudizio sul Savonarola: “Se lo avessero conosciuto meglio ... non avremmo dovuto aspettare tanto per avere l'edizione nazionale delle sue opere”. Con tale ragionamento pare che si voglia incolpare il Frate persino di tale ritardo. Ma Guidi, così sembra, non esita ad aggiungere alle antiche persecuzioni la sua requisitoria falsa e implacabile: Volere oggi farlo santo significa non capire certi aspetti di questo personaggio inquietante. Quest'uomo che si è scagliato contro la cultura dei laici in maniera feroce, forse aveva accolto su di sé dell'Umanesimo i lati meno nobili: il senso del protagonismo ... la pervicacia con cui si è battuto contro tutti e contro tutto”. Chi conosce anche solo mediocremente il Frate riformatore rimane disgustato da discorsi sguaiati di questo genere, ripensando al singolare destino di un uomo tanto benemerito verso la città di Firenze, e che in vita ein morte raccolse l'amore e l'ammirazione di tante anime pie e sante, soprattutto in Italia. Di tali epiteti contumeliosi sarebbe bene lasciare la privativa al professor Cordero. Vorremmo sapere da Guidi come si spiega che con un temperamento del genere quell'uomo abbia potuto imporre a se stesso e ai suoi compagni di martirio l'accettazione silenziosa dell’ingiusta condanna, per uniformarsi in pieno all'esempio di Cristo. Dov'è il senso del protagonismo? Ecco ripetuta invece la solita accusa di politicantismo: anzi, si dà qui per scontato che Fra Girolamo si sia comportato a Firenze come un dittatore. In che modo poi tale mansione possa coniugarsi con la solita qualifica di «profeta disarmato» rimane un mistero. Quando poi si pensi che dopo qualche decennio dal rogo in Piazza della Signoria gli ordini religiosi diedero il primo impulso alla controriforma cattolica, c'è da chiedersi come si possa affermare che nel secolo XV «gli ordini religiosi erano quasi al collasso». Machiavelli non pare che fosse di tale opinione; poiché, trovandosi in Roma durante il papato di Alessandro VI, ebbe a scrivere:

«Se non fosse per questi buoni frati, la religione sarebbe del tutto spenta... ». L'intervista volge al termine accennando ai «conflitti di cultura», avallando l'idea che sul finire di detto secolo si sia svolto un confronto tra due concezioni filosofiche. Quando invece è così facile riscontrare un conflitto tra due tipi di culture che impegnavano due diverse concezioni di vita vissuta: da una parte l'ascetismo cristiano con le sue austere esigenze, dall'altra l'edonismo paganeggiante, sostenuto dal risveglio della cultura classica greca e latina, condito di una buona dose di scetticismo volgare. Il Savonarola, di fronte al tradimento del vivere cristiano, specialmente da parte del clero, insorge (e con lui si schierano le masse dei buoni cristiani, soprattutto dei giovani) per riaffermare i valori intramontabili della fede.

Una documentata proposta interpretativa
di Felice Accrocca

L’Osservatore Romano 27 OTTOBRE 2000

La poderosa mole e la piccola sigla editoriale sotto cui vedeva la luce non giocavano certo a suo favore. Nella con­gerie di pubblicazioni — non sempre di buona fattura — che quotidianamente ci sommergono, il libro di Remo Luigi Guidi (Il dibattito sull’uomo nel Quat­trocento, Roma, Tiellemedia: faccio rife­rimento all’ed. 1999) non aveva nessuno di quegli ingredienti che possono assicu­rare il successo: non un autore noto al grande pubblico, non un potente edito­re, non argomenti frivoli o scandalistici, non un agile formato tascabile, che ne potesse favorire la lettura perfino su un vagone ferroviario. Eppure fin dal suo primo apparire Il dibattito ha richiama­to l’attenzione del pubblico e della criti­ca, fin quasi a diventare un «caso» lette­rario.

 

Il successo, che ha meritatamente premiato il coraggio di un piccolo edito­re, è comprovato del fatto che, nemme­no un anno dopo la pubblicazione, Re­mo Luigi Guidi ne abbia offerto una se­conda edizione (quasi 1.300 pagine com­plessive, di cui 57 solo per la Bibliografia), arricchita di accurati Indici (ben 72 pagine) e di due nuovi studi (gli attuali cap. VIII e IX).

Il fatto desta ovviamente piacere e spinge, giocoforza, a riflettere. Perché proprio la calorosa accoglienza mostrata da critica e pubblico, colti in gran parte di sorpresa dalla documentata proposta interpretativa dell’autore, mostra quanto vivo ancor sia, nella vulgata comune, il topos di un Medioevo tenebroso – malgrado le sue abbazie, le sue cattedrali, financo le sue università –, finalmente riscattato dell’Umanesimo-Rinascimento vera era di luce.

A dispetto, dunque, della fortuna dì cui attualmente gode il Medioevo nelle aule universitarie, nelle librerie e nella cinematografia, è ancora forte l’antica –e da tempo superata – tesi di una radicale contrapposizione tra le due epo­che, di cui, nel 1860, si fece portaban­diera Jacob Bruckhardt in volume me­morabile, che peraltro mantiene innega­bili pregi (Die Kultur der Renaissance in Italien: sulla seconda edizione D. Valbona preparò la sua traduzione ita­liana più volte ristampata; è solo un ca­so che essa non venga mai citata da Guidi?).

Con una ricchissima documentazione, l’autore mostra in definitiva che frati e umanisti non furono in rigida contrap­posizione; anzi, i primi furono anche ec­cellenti umanisti e i secondi non furono degli acidi miscredenti.

L’Umanesimo, dunque, non rimase fuori dei conventi, che per tutto il Quat­trocento continuarono a produrre cultu­ra. E poteva essere diversamente, quan­do dalle scuole cattedrali e dai centri di cultura monastica era stata partorita gran parte della rinascita del XII secolo e proprio gli Ordini Mendicanti avevano dato alla teologia e alla filosofia medie­vali uomini brillanti e geniali, che aveva­no fatto della ragione uno strumento es­senziale del loro mestiere?

 

Decenni e decenni or sono, studiosi come Gilson, Chenu, Leclercq, per fare solo alcuni nomi fra i più rappresentati­vi, affermarono con forza questa vitalità intellettuale del Medioevo, ma tant’è! Le tesi del Burckhardt sono dure a morire. Così come, e converso, stenta a morire anche la convinzione che vuole l’Uma­nesimo dominato dà spiriti areligiosi, ri­pieni di una saggezza tutta pagana.

Il grande merito di Guidi, dunque, è quello di aver dato uno scossone ulterio­re a questo rigido schema interpreta­tivo, mostrando inequivocabilmente che tra monaci, frati e umanisti vi fu non tanto opposizione, quanto reciproca in­tegrazione, che vi furono sì divergenze, ma che neppure le convergenze manca­rono.

Il francescano Osservante Alberto da Sarteano, per fare un solo esempio, ave­va ricevuto una eccellente formazione umanistica («excellentissimum orator et predicator», si disse di lui): quando nel 1423 incontrò a Treviso Bernardino da Siena egli era allievo del Guarino, a Ve­rona, di cui seguiva i corsi di greco, ed anche in seguito mantenne frequenti contatti con i letterati del tempo.

Alla miriade di fonti segnalate, mi permetto di aggiungerne un’altra, esem­plare rispetto a tutto il discorso condot­to dall’autore. Predicando a Siena nel 1425 e polemizzando con i caratteri ec­cessivamente scrupolosi, Bernardino «plagiò» una celebre pagina del Boccac­cio, mostrando così buona conoscenza delle gesta di ser Ciappelletto.

Concordo con Guidi: «Se non è lecito misconoscere i contributi dei litterati all’arricchimento del patrimonio religioso, così sarebbe arbitrario e insostenibile negare l’apporto dei claustrali alla diffu­sione e alla crescita di non poche esi­genze umanistiche [...] E allora, al fianco del Bürgerhumanismus si può mettere, con naturalezza e a ragione anche il Klosterhumanismus» (pp. 73 -74). Il suo volume è il frutto di una lun­ghissima e paziente ricerca, i cui primi risultati — ora ripresi e integrati in un quadro più ampio — vennero pubblicati tredici anni fa. L’autore esamina anzi­tutto i «punti caldi» del dibattito, poiché fu su temi come il lavoro, il denaro, le valutazioni morali che umanisti e uomi­ni di Chiesa si incontrarono e scon­trarono.

Non è certo un caso — e Guidi vi de­dica pagine significative — che proprio i frati (gli Osservanti in modo particolare) elaborarono quelle che Ovidio Capitani ha definito nuove «ipotesi sociali».

Ma neppure si può dimenticare la qualifica di ipocriti data ai Mendicanti, ed ha ragione Guidi nel ribadire che le accuse di un Poggio Bracciolini — che tanto dispiacquero al Sarteano — un qualche fondamento l’avevano, se non altro perché Poggio possedeva una co­noscenza diretta della Curia (cfr pp. 99-100; ma sulla polemica fra i due si veda­no più ampiamente le pp. 709-746); e tuttavia anche gli Umanisti convissero con una sottile ambiguità: per un verso, «essi videro negli ecclesiastici frivoli e mondanizzati i primi responsabili dei di­sordini in cui versava il popolo di Dio».

Per l’altro, «non furono affatto teneri con gli Osservanti, che quei vizi vollero estinguere, in quanto rappresentavano l’intoppo più rigido contro quella riabili­tazione del senso terrestre nell’ambito religioso, richiesta dai settori più aperti del laicato» (p. 757, ma cfr, più ampia­mente, 754-798).

Certo, vi fu anche ipocrisia e malesse­re nei chiostri, e la fonte a cui GUIdI principalmente attinge (il Bullarium Franciscanum) è al di sopra di ogni so­spetto, anche se non sempre adeguatamente sfruttata (e proprio nella sua va­lorizzazione sta uno dei meriti del pre­sente volume).

 

Nondimeno, gli spiriti più grandi del chiostro, che ebbero un impatto notevo­le con le folle, percepirono con nettezza gli atteggiamenti — ostili o, più ancora, a irati — che si levavano nei loro con­fronti, cosa che ne fece emergere i tratti «meno convenzionali»: in loro l’umanità finiva per prevalere, «a scapito dei simu­lacri creati dall’incomprensione, dal ma­lessere, o dalla forza delle consorterie» (p. 969).

Sono solo schegge di un discorso più ampio, che non è facile sintetizzare ade­guatamente. Nel volume domina sovra­no l’uso delle fonti (edite e inedite), massicciamente testimoniato dalle note. Conoscevo da tempo, da quando Guidi le pubblicò sulle più prestigiose Riviste francescane, alcune parti di questo libro e subito mi avevano colpito sia l’ampiez­za del materiale che l’autore aveva mes­so a disposizione dei lettori sia le nuove piste di ricerca che egli apriva.

Ora, ad uno sguardo complessivo, ta­le evidenza risalta con ancora più forza, e non esito a dire che — per gli stimoli che offre e le possibili prospettive che apre — proprio questo è il merito prin­cipale del volume. Guidi, infatti, non moltiplica la bibliografia, ma attinge di­rettamente alle sorgenti. Le sue pagine comunicano la fatica della ricerca e la gioia della scoperta, raggiunta dopo un lungo lavoro. E nessuno potrà dire che è cosa da poco.


 

La Repubblica Trova Roma 514XXXX

Mercoledì 25 novembre p. 55 

Seconda edizione del libro sull’uomo nel ‘400

In libreria il saggio di Guidi 

Milleduecento pagine, una ricerca che si basa su 70 pagine di bibliografia, 600 manoscritti e oltre 60 incunaboli sono alcuni importanti numeri del saggio di Remo L. Guidi "Il Dibattito sull'uomo nel Quattrocento". Numeri che si aggiungono ai tanti lettori, che in soli cinque mesi, hanno esaurito tutte le copie della prima edizione di questo volume, molto ricco nelle analisi-e nella documentazione. Dell'opera, pubblicata dalla Tielle Media, è pronta una seconda edizione che sarà presentata lunedì 23 alle 18 nell'aula Magna del Collegio S. Giuseppe a piazza di Spagna. Insieme con l'autore intervengono Giulio Ferroni, Franco Meschini, Marino Damiata e Francesco Sicilia. Coordina Renato Minore.

 

P.E.


 

 

GR TRE

Intervista a Remo Guidi

Torna in primo piano l'epoca dell'Umanesimo in un libro scritto da Remo Guidi e pubblicato da Tiellemedia di Roma Il dibattito sull'uomo nel quattrocento un volume che ripercorre l'unico periodo storico nel quale l'Europa ha avuto una cultura davvero unitaria.

 

Sono pagine dense e intense quelle firmate da Remo Guidi, pagine che riportano alle radici della società moderna e che hanno il merito di rivoluzionare vecchi luoghi comuni. Primo fra tutti la fittizia contrapposizione fra una cultura del Medioevo riservata ai monasteri e una cultura dell'Umanesimo promossa nei palazzi dei mecenati. Guidi dimostra invece che l'Umanesimo, incluso quello di stampo scientifico, si sviluppa anche o soprattutto in ambito religioso si apprende così che il Ficino, profeta della rinascita del pensiero platonico era un sacerdote, che l'insigne Leon Battista Alberti era un diacono, e che una vocazione religiosa si annidava anche in Angelo Poliziano. Ma come mai l'autore si è voluto cimentare proprio con il tema dell'Umanesimo un tema con il quale si sono esercitati fini ad oggi fior di studiosi , qual è insomma la novità di questo libro? Giriamo la domanda allo stesso Remo Guidi

 

Non furono pochi gli umanisti con il saio sicché solo a torto si è parlato di conflitto frati umanisti, più esatto è parlare di confronto fra umanisti e maestri di spirito. L'umanesimo infatti non è solo fenomeno retorico ma dibattito sul senso della vita e di tutti i valori che la nobilitano per dimostrare ciò la voce dei protagonisti è stata preferita a quella degli interpreti

 

Professore, le idee dell'Umanesimo cosa possono dire all'uomo di oggi?

 

Due delle rivendicazioni umanistiche ritengo siano inestimabili anche per noi alle soglie del 2000, in particolare la difesa dell'autonomia dell'uomo e il tentativo in parte riuscito di comporre il dissidio anima e corpo tempo ed eternità che erano stati tra i lasciti più inquietanti addirittura del Medioevo

 

 


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